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23 ottobre 2008

Ragazzi contro... benvenuti!

A migliaia manifestano la loro esistenza nel modo più democratico possibile: la piazza.

di MAURO DAVID

Scuola, GelminiLi credevamo addormentati o, peggio ancora, annichiliti su un’esistenza vuota, priva d’ideali, svuotati di quella voglia di essere, di fare e di cambiare che da sempre contraddistingue il lato evoluto della specie umana. D’altra parte come darci torto? Vederli lì sul divano a divorare ore di Grande Fratello o, peggio ancora di Amici, ha frustrato ogni speranza. Constatare nei nostri figli lo stato di totale isolamento intellettuale e il disinteresse verso i fatti della vita ci ha resi isterici.

Si perché noi, 50 e 60enni, il mondo lo abbiamo cambiato davvero, e a dispetto di chi denigra e gode allo stesso tempo dei frutti di quella stagione di profonde mutazioni, lo abbiamo cambiato in meglio. Nelle fabbriche, nelle scuole, nella sanità. Eravamo giovani, presuntuosi , supponenti, fieri contestatori di ogni ordine costituito sulle diseguaglianze. Giovani contro, a volte antipatici, ma contro le Mutue di serie A e di serie B, contro le scuole riservate ai ricchi, contro lo sfruttamento degli operai, insomma... contro.

Si, certo, da qualche anno abbiamo iniziato ad innervosirci; la percezione che i nostri coetanei avessero dimenticato “com’era prima”, ci rattristava. Soprattutto quando tra gli smemorati riconoscevi quelli che avevano vissuto quella lunga e appassionata stagione. Le 150 ore per i lavoratori studenti, le opportunità offerte ai figli dei nostri emigranti affinché anche loro potessero partecipare al torneo dell’esistenza come giocatori effettivi, e non come raccattapalle; chi conservava la memoria di tutto questo?

Oggi i nostri ragazzi sono lì, in prima fila. A migliaia manifestano la loro esistenza nel modo più democratico possibile: lamanifestazione_scuola.jpg piazza. Scrivono al Presidente della Repubblica affinché difenda il principio stesso della scuola pubblica, fanno lezione nelle strade. Non indossano la kefiah, non ci sono bandiere rosse o foto del Che, simboli di un’illusione ormai archiviata. Ma non importa, anche se griffati sono lì, esistono. E non sono i soliti centri sociali, come la destra primitiva di questo paese sostiene. La maggioranza dei ragazzi per la prima volta assapora l’entusiasmo per la costruzione del proprio futuro, la condivisione di valori, l’uscita dalla solitudine. Che sollievo! Loro difendono e miglioreranno quello che noi abbiamo messo insieme.

E’ notizia di oggi, l’Italia è al top della classifica dei paesi con maggiore disuguaglianza (OCSE). Il 10% degli italiani ha in tasca il 42% della ricchezza nazionale; al 90% della popolazione non resta che spartire quello che resta (Banca d’Italia). La divisione tra poveri e ricchi è sempre più marcata, il ceto medio sta scomparendo perché risucchiato dagli inferi del disagio economico.

Senza uguaglianza, in una società complessa non c’è futuro, ma conflitto. Non c’è evoluzione e civiltà in una comunità se i membri che la compongono, tutti, nessuno escluso, non migliorano la propria condizione intellettuale. Solo la scuola pubblica può assicurare un simile risultato. E’ scritto su tutti i libri di storia, quelli letti dai nostri ragazzi. Alla signora Gelmini, forse non più fresca di studi, gioverebbe un ripassino.

L’istruzione è l’ingrediente base del benessere sociale, alla scuola non si devono sottrarre risorse, semmai vanno aggiunte, sempre e comunque. Benessere diffuso e opportunità equamente distribuite, questo è lo scopo dello Stato. Integrare, istruire, sostenere chi non ce la fa’; questo è invece il compito della scuola pubblica, che non è certo quello di selezionare con i sette in condotta. Abbiamo un bisogno disperato di tutto questo, i nostri ragazzi l’hanno capito, ma chi ha in mano le redini del loro futuro sembra perseguire altri obiettivi.

Forse i nostri padri, usciti dall’esperienza del fascismo, della guerra e della Resistenza, seppur da noi stessi contestati, ci guardavano con un senso di ammirazione e compiacimento per quel nostro agire in difesa dei valori universali introdotti dalla Rivoluzione Francese. Ci piace pensarlo.

Oggi come allora, guardiamo i nostri figli difendere ciò che abbiamo di più caro: il sistema di diritti che abbiamo costruito. Spesso critichiamo e mal sopportiamo le loro scelte, ma ora li amiamo e li apprezziamo per questo impegno.

Lasciate che ci culliamo in questa fantasia, in questa similitudine di eventi e di emozioni.

13 ottobre 2008

Alitalia, le domande di un pilota

Ieri sera è andata in onda su Rai 3 la puntata di Report dedicata alla vicenda Alitalia. Il merito più evidente della Gabanelli è stato quello di far emergere quanto l’accordo raggiunto sia gracile, condizionato da scelte che ancora debbono essere prese, in particolare in sede europea.

Riceviamo e pubblichiamo il contributo di uno dei “protagonisti involontari”.

Ci si è mai chiesti che cosa c'entra Airone con la Privatizzazione dell'Alitalia il cui azionista di maggioranza è ancora il Tesoro?

Perché i cittadini (azionisti di maggioranza perché il Ministero del Tesoro mi pare essere ancora dei cittadini) devono accollarsi anche i debiti di Airone azienda a capitale totalmente privato oltre che quelli di Alitalia?

Perché mai nessuno durante i giorni "caldi" della vicenda ha mai fatto menzione delle condizioni finanziarie di Airone che entrava nel "calderone" CAI?

Perché la maggior parte degli aeroplani fermati appartiene alla flotta Alitalia e non ad Airone?

Pensate forse che una compagnia ridimensionata nei voli di lungo raggio tale da diventare un vettore nazionale ed europeo possa facilmente competere con i vettori low cost?

Avete mai controllato in quali stati sono registrate le sedi delle aziende di molti degli imprenditori che devono difendere l'italianità dell'Alitalia?

Qualcuno si è mai occupato dei crediti che Banca intesa (Advisor scelto dal Governo per la privatizzazione di Alitalia) ha nei confronti del gruppo Airone?

Non vi sembra un po' pretestuosa la campagna mediatica orientata quasi esclusivamente sulla categoria dei piloti e dei suoi privilegi (gradirei sapere quali) e della loro bassa produttività?

Quanti sanno che il mio contratto pone come limite massimo di impiego 17 ore continuative che in casi eccezionali possono arrivare a 19?

Con tali limiti come si può parlare ancora di aumento di produttività?

Quale categoria di lavoratori può fare tale turno?

Il mio contratto prevede 35 riposi a trimestre che fanno circa 11 giorni e mezzo al mese. Certo non sono gli otto o 10 al mese (week end) dei normali lavoratori, ma quando sono fuori per lavoro non ci sono 24 ore su 24. Se sono dall'altra parte del mondo e mia moglie o mio figlio si sente male pensate che io possa alzarmi uscire dall'ufficio e correre a casa?

Quanti sanno che ogni sei mesi, fino ad un giorno prima della pensione, devo fare un controllo per testare il mio livello di preparazione pratica e teorica al simulatore di volo?

Quanti sanno che se non lo passo non posso volare e che se non lo passo per due volte consecutive giustamente vengo licenziato?

Quante categorie di lavoratori al mondo si sottopongono (per legge) a questi controlli?

Quanti sanno che il numero di equipaggi per aeroplano che chiedeva Air France, i cui piloti si è sempre sbandierato ai quattro venti fanno più ore di volo di quelli Alitalia, era maggiore di quelli chiesti da CAI?

Air France veniva forse a fare beneficenza facendoci volare meno dei suoi piloti?

Come è possibile che Air France, pagando i suoi piloti circa il 30% in più di Alitalia, lo scorso anno è stata la compagnia aerea che ha fatto più utili al mondo?

Qualcuno, in questi giorni, ha mai parlato di quali voci del bilancio Alitalia sono le principali responsabili dei forti passivi e quindi di conseguenza quale la criticità nella quale intervenire in un eventuale piano di rilancio?

Pensate forse che i piloti, selezionati professionalmente e psicologicamente, per farsi carico della responsabilità della vita di centinaia di persone, fossero proprio così stolti capricciosi e viziati da voler affondare un patrimonio dell'Italia e degli italiani e soprattutto rischiare di perdere il proprio lavoro perché non volevano rinunciare a questi "famosi" privilegi di cui tanto si parla?

Pensate che con moglie (senza reddito) un figlio, uno in arrivo ed un mutuo da pagare per altri 16 anni mi possa permettere di dire no a tutta questa operazione della CAI solamente per un semplice capriccio?

Alla luce di queste domande, e ce ne sarebbero altre decine, lo slogan usato dai dipendenti e tanto strumentalizzato come segno di irresponsabilità "meglio falliti che in mano a 'sti banditi", è proprio così sbagliato o potrebbe avere un fondamento?

Forse se si prova a dare risposta a queste domande magari si esce fuori da questo tunnel cognitivo nel quale l'opinione pubblica e i media si sono infilati.

Roberto Giovannetti (Pilota Alitalia)

12 ottobre 2008

Crisi dei mercati, una storia di formiche e cicale

In passato il risparmio finanziava attività concrete, aziende, produzione e posti di lavoro, oggi s’investe sul nulla, sull’andamento di un tasso d’interesse o sui debiti della gente

di MAURO DAVID

SUV Prima c’era la Banca, il santuario deputato alla raccolta dei risparmi. Gli italiani, tradizionalmente risparmiosi, vi si recavano a depositare il prodotto delle piccole economie mensili, spesso intimoriti dal silenzioso lusso delle grandi sedi.

Mi riferisco al decennio a cavallo tra il ’75 e l’85, periodo in cui il sistema bancario svolgeva ancora prevalentemente la sana funzione di intermediazione, convogliando il risparmio raccolto verso le attività produttive di questo paese.

Pochi gli strumenti messi a disposizione del risparmiatore: libretto di risparmio, titoli di stato, obbligazioni dei grandi enti; al massimo qualche “pronti contro termine” per i clienti più facoltosi.

Insomma, un paradiso di certezze e di stabilità: il risparmio delle famiglie contribuiva alla crescita del sistema industriale finanziando le iniziative imprenditoriali, mentre la Banca d’Italia sorvegliava rigidamente sugli equilibri impedendo ogni forma di espansione territoriale. Vacche grasse per i banchieri, che prosperavano, al riparo da ogni concorrenza, nelle cristallizzate rendite di posizione e tempi d’oro per i bancari. Quest’ultimi, avvantaggiati dalla “scala mobile anomala” che gonfiava la busta paga, rappresentavano la categoria più invidiata; nessun budget da raggiungere, poco stress e poche le competenze professionali richieste, per lo più contabili-esecutive.

Prima c’era la Banca, poi giunse in Italia la concorrenza.

Nel 1975 la Banca d’Italia varò la sua politica di liberalizzazione. Con il terzo Piano Sportelli la rete distributiva del sistema bancario italiano si ampliò di oltre il 45% (tra il 1990 e il 1995). Non passò molto tempo che anche le banche straniere fecero il loro ingresso in Italia.

Rapidamente la competizione divenne rovente. Nelle strutture centrali nacquero uffici specializzati nello studio e nella vendita di nuovi prodotti. Lentamente il marketing, termine ricorrente nell’industria, iniziò ad insinuarsi anche in banca.

Era sul finire degli anni ’80 e ricordo ancora il mio amico Maurizio Buonomo, responsabile marketing dell’Associazione Bancaria Italiana, prodigarsi per fornire alle associate gli strumenti necessari ad affrontare il nuovo corso; seminari, convegni, pubblicazioni.

Chi, come il sottoscritto, si occupava di comunicazione aziendale fu costretto a correre ai ripari progettando inediti interventi di formazione del personale (altra attività sconosciuta in banca): orientamento al cliente, psicologia di vendita, prodotti e servizi…. tutto all’ombra del grande guru americano Philip Kotler, pioniere del marketing sociale.

Un periodo denso di cambiamenti in cui anche il lessico utilizzato subì le sue trasformazioni: l’utente bancario divenne “cliente”, mentre l’impiegato si trasformò in una “risorsa umana”. Il lavoro svolto in termini di comunicazione, affinché la risorsa umana abbandonasse la tradizionale cultura della “quadratura di cassa”, per assurgere al ruolo più nobile di facilitatore della soddisfazione dei bisogni del cliente, è testimoniato dai programmi di formazione che giacciono nei polverosi archivi delle banche.

La fidelizzazione del cliente era lo scopo autentico e sincero, ma il raggiungimento di questo traguardo era subordinato alla capacità dell’operatore bancario di individuare e dare soddisfazione ai bisogni concreti del suo interlocutore; la manipolazione dell’informazione, finalizzata alla vendita, era bandita dai nostri interventi. E non solo per un atteggiamento etico, ma anche perché fermamente convinti che un cliente “fregato” non sarebbe stato un cliente fedele.

Oggi la storia è diversa. Il panorama dei prodotti è vasto e a volte sconosciuto all’operatore bancario che ne possiede solo una conoscenza superficiale. E’ così che il risparmiatore si trova ad investire, direttamente o indirettamente, in futures, in financial futures, in currency futures, derivati, ecc.

Cosa sono? Il cliente sa in cosa mette i suoi soldi? Si, certo… ci sono i prospetti informativi che vanno consegnati prima della firma del contratto, ma quanti hanno le competenze per comprendere le informazioni fornite?

Ma la storia è diversa anche per l’atteggiamento delle banche. Azionisti ossessionati dal guadagno, personale non sufficientemente formato, al limite del collasso psico-fisico per gli ambiziosi obiettivi di vendita che vengono assegnati. Risorse umane confuse tra pressioni, minacce e premi d’incentivazione. Ho assistito a corsi di formazione di Team Building in cui venivano proposte esperienze di fachirismo, stendersi sui vetri o camminare sul fuoco; ho visto gli occhi spiritati di chi accettava di cimentarsi in quelle attività estreme. Rari casi di formazione delle risorse umane? Probabilmente si, ma esiste anche questo.

Questa mattina ho ascoltato alla radio l’intervento di una dipendente di banca che manifestava la sua preoccupazione per l’incontro imminente con alcuni clienti: “hanno perso tutto, adesso cosa gli dico?”. Come farà a spiegare che li ha indotti ad investire su di una famiglia americana, economicamente malandata e priva di assistenza sanitaria? Una scommessa.

Negli anni la formica diventa cicala. Si, perché se in passato il risparmio finanziava attività concrete, aziende, produzione e posti di lavoro, oggi s’investe sul nulla, sull’andamento di un tasso d’interesse o sui debiti della gente; il private banking è ormai un’attività da “sala bingo” in cui l’avidità detta le sue leggi. Regole peraltro condivise da tutti i giocatori: dal venditore che, pur di raggiungere il budget, camminerebbe sulle braci; dall’investitore che disprezza la sicurezza dei BOT per abbracciare l’effimera promessa di un guadagno maggiore.

Chi è più mariuolo? Chi cerca un Rolex autentico ad un prezzo da bancarella o chi rifila la patacca?

Prima c'era la banca, poi la concorrenza ed infine la TV berlusconiana

Il Papa ha detto: “I soldi scompaiono, solo la parola di Dio è solida”. Se sostituiamo la parola “Dio” con “etica dell’esistenza” e “senso della realtà”, per una volta, sono d’accordo con lui. La formica diventa cicala quando è sistematicamente influenzata dai media che propongono modelli esistenziali riprovevoli, sia sul piano etico che su quello “pratico”. Troppa passerella di gente insignificante, priva dello spessore e delle autentiche competenze legate al fare, al costruire. Troppi guadagni facili esibiti.

Riferendoci all’industria dell’intrattenimento, quanto costa alla Rai la realizzazione di una serie dell’Isola dei Famosi? Isola dei famosi Qualche milione di euro per esibire al grande pubblico il lati nevrotici di ex famosi in bancarotta o in cerca di una nuova visibilità; il vuoto, il nulla. Tra un’isterica crisi di pianto e una discussione mediocre, irrompe la pubblicità che invita all’acquisto del SUV potente e aggressivo: compra oggi e paghi domani in comode rate. Si torna sull’Isola, corpi seminudi tenuti insieme da costose protesi al silicone, altre manifestazioni di primitività, altro spot pubblicitario in cui il faccione sorridente di Berlusconi promette ricchezza e libertà.

Pessimo intervento educativo, è così che la formica diventa cicala. La famiglia con un reddito da 2/3 mila euro al mese, una volta risparmiatrice e con i “piedi per terra”, ora va in giro con il SUV e disprezza i BOT (non sono a la page); si crede benestante. La cicala moderna ha appoggiato il taglio dell’ICI anche per i ricchi, ma non è ricca. E’ favorevole alla scuola privata pensando di rincorrere l’eccellenza, ma ignora che probabilmente finirà tra le mani incompetenti di qualche “suorina”. Senza il gettito ICI, Alemanno ha sospeso i finanziamenti ad alcune scuole professionali, parliamo di parrucchieri.

Ora la cicala non sa come pagare le rate, è spaventata dalla crisi finanziaria, non ha nemmeno la possibilità d’imparare il mestiere di parrucchiere, e presto sarà confusa perché non saprà nemmeno in quale classe sociale riconoscersi. Ma niente paura, ci penseranno la Social Card di Tremonti, la sanità e la scuola per i poveri ad indicare il posto assegnato.

Le borse crollano, Berlusconi compra una nuova villa sul lago, l’impiegata di banca non sa cosa dire ai suoi clienti. Forse e solo l’inizio, per giunta…

25 settembre 2008

Fondi alla Regione Lazio, gli operatori sanitari in piazza

Giovedì 25 settembre alle 18,30 operatori sanitari, infermieri, medici, ostetriche e assistenti sociali, si recheranno davanti a Palazzo Chigi per sollecitare lo sblocco dei fondi della sanità che il Governo deve alla Regione Lazio.
Tali fondi sono costituiti dall'IRPEF già versata dai cittadini della Regione, e dal fondo per il ripianamento del deficit preesistente, già deliberato.La Regione ha fondi solo fino al 30 settembre dopo di che non saranno garantiti l'acquisto dei materiali e gli stipendi dei lavoratori.
Questo mentre è stata autorizzata la riscossione coattiva dei debiti da parte del Comune nei confronti della Regione.Gli operatori protestano perché, a loro parere, il Governo sta strangolando la regione di centro sinistra per motivi politici, usando la sanità.

29 giugno 2008

Colombo, Pardi, Flores d’Arcais: tutti in piazza contro le leggi-canaglia

Roma, 8 luglio, manifestazione in piazza Navona. Passaparola!
Care concittadine e cari concittadini, il governo Berlusconi sta facendo approvare una raffica di leggi-canaglia con cui distruggere il giornalismo, il diritto di cronaca e l’architrave della convivenza civile, la legge uguale per tutti.
Questo attacco senza precedenti ai principi della Costituzione impone a ogni democratico il dovere di scendere in piazza subito, prima che il vulnus alle istituzioni repubblicane diventi irreversibile.

Poiché il maggior partito di opposizione ancora non ha ottemperato al mandato degli elettori, tocca a noi cittadini auto-organizzarci. Contro le leggi-canaglia, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti, ci diamo appuntamento a Roma l’8 luglio in piazza Navona alle 18, per testimoniare con la nostra opposizione – morale, prima ancora che politica – la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista.

Vi chiediamo l’impegno a “farvi leader”, a mobilitare fin da oggi, con mail, telefonate, blog, tutti i democratici. La televisione di regime, ormai unificata e asservita, opererà la censura del silenzio.

I mass-media di questa manifestazione siete solo voi.

On Furio Colombo
Sen. Francesco Pardi
Paolo Flores D’Arcais

12 giugno 2008

Pillola del giorno dopo, scavalcata l'ostilità dei medici obiettori

Roma e Milano, attivato un servizio di medici volontari che prescriveranno la pillola

L'Associazione Vita di Donna ha raggruppato 30 medici disposti a prescrivere la pillola del giorno dopo dalle 9 alle 19 tutti i giorni, feriali, festivi, e il sabato notte.

Pediatri, ematologi, chirurghi, ginecologi, donne e uomini, si sono resi disponibili a effettuare la prescrizione per quelle donne che trovino problemi presso le strutture pubbliche.

Sarà sufficiente telefonare all'Associazione Vita di Donna, al numero 333/9856046, per essere indirizzate dal medico disponibile per quel giorno (a Roma).

Le donne che vorranno fare una denuncia saranno assistite dagli avvocati dell'Associazione Luca Coscioni.

Quest'iniziativa si inquadra nella battaglia per l'abolizione della ricetta medica per la pillola del giorno dopo, come in altri paesi europei.

L'iniziativa verrà presentata a Roma domani 13 giugno 2008, in una conferenza stampa che avrà luogo alle ore 12:00 presso la sede del Partito Radicale (in contemporanea se ne svolgerà un'altra a Milano).

Alla conferenza stampa saranno presenti: Marco Cappato, europarlamentare radicale e Segretario dell'Associazione Luca Coscioni, Mirella Parachini, ginecologa, membro di Direzione dell'Associazione Coscioni e vice presidente FIAPAC , Lisa Canitano, ginecologa e Presidente dell'Associazione Vita di Donna, Alessandro Gerardi, avvocato, membro della Direzione nazionale di Radicali italiani, che ha sta seguendo le cause di questi giorni, presso il Tribunale di Roma, sul diniego dei medici a prescrivere la pillola del giorno dopo, ed Alessandro Capriccioli, membro di giunta dell'Associazione Coscioni e responsabile del portale "Soccorso Civile".

E' previsto anche un breve contributo telefonico della presentatrice Camila Raznovich.

A Cura della Redazione di Vitadidonna Community

28 maggio 2008

Gli ultimi saranno beati se i primi saranno ascoltati.

di Mauro David


In Pane e cioccolata, un film di Brusati degli anni ‘70, il personaggio interpretato da Manfredi emigra in Svizzera, si tinge di biondo per nascondere la sua provenienza e per difendere il piccolo benessere raggiunto.

Oggi l’operaio iscritto alla Fiom vota per la Lega, o per Berlusconi, esattamente per gli stessi motivi; rimossa la propria origine, magari di terrun emarginato, il bisogno avvertito è quello di consolidare status sociale, sicurezza e vantaggi materiali. Interessi di parte e non comuni.

Come ricorda Luigi Cancrini sull’Unità, all’inizio degli anni ’80 gli abitanti delle borgate romane smisero di votare per il PCI dopo aver ottenuto acqua, luce, gas, fognature e fermate dell’autobus. Petroselli, grande sindaco comunista, s’adoperò in modo concreto per migliorare le condizioni di vita di quel popolo di emarginati, che poi votò a destra perché minacciato dai nuovi arrivi di immigrati (del nostro sud).

Oggi come allora, la destra manifesta grande capacità nell’intercettare l’atteggiamento paranoico di alcune sacche di popolazione. E’ scritto nel DNA delle genti che abitano ogni angolo della terra: esiste una corrispondenza direttamente proporzionale tra paranoia e aggressività. Alzare la percezione d’insicurezza (e in questo la destra è maestra) per condurre l’elettore su posizioni conservatrici e retrive.

Berlusconi rivendica e promette sicurezza, urla a pieni polmoni la sua politica di protezione dei grandi e piccoli interessi. Ecco quindi che l’operaio, l’impiegato, l’artigiano e il piccolo imprenditore gli si affidano convinti di far parte della “specie protetta”.

Alcune Regioni passano alla destra. Aree del paese per nulla ricche e che sopravvivono grazie al denaro sottratto al nord ed elargito da uno Stato “ladrone e centralista”; per questi elettori non ha alcuna rilevanza il programma federalista della Lega che, tagliando i finanziamenti, peggiorerà la loro sanità.

Sembra un nonsense, un darsi la zappa sui piedi, ma è così che va in una società complessa, in un paese che trova la sua identità solo durante la finale dei campionati mondiali di calcio. Gli operai votano per il padrone, un padrone insofferente delle conquiste garantiste compiute dalla sinistra; non è un sovvertire l’ordine naturale delle cose, è solo un giro di boa: alcuni ce la faranno a conservare o a migliorare la propria condizione esistenziale, gli esclusi andranno invece ad ingrossare le fila dei nuovi emarginati, in attesa di una sinistra che accolga le loro istanze per un successivo giro di boa.

Il naufrago del Titanic, che ha guadagnato il suo posto nella scialuppa di salvataggio, prende a remate sulla testa chi è ancora in acqua; questa è la sintesi.

Non è facile parlare agli elettori di questo paese. Non lo è se l’interlocutore di sinistra, irrigidito su vaghi ideali di una diffusa giustizia sociale, perde le capacità di ascoltare di vedere e di prevedere.
In una contesa elettorale, il popolo è arbitro sovrano; guai ad ignorarne umori, aspettative e percezioni. Mantenere il governo di una nazione perseguendo accanitamente il nobile ideale leninista, il bene del popolo, di tutto il popolo, nessuno escluso, è un autentico suicidio politico se la sinistra italiana non riprendere a parlare e ad agire come un Soviet Supremo.

Se aiutiamo le ragazze rom (italiane o straniere che siano) ad uscire dai campi spingendole verso un apprendistato di lavoro come sarte, stiamo usando uno stile “sovietico” di distruzione di una cultura o stiamo offrendo un’opportunità “illuminista” a degli esseri umani?

Quando premiamo sulle donne romene di basso livello socio culturale affinché adottino una contraccezione (loro, spesso abituate ad abortire più volte), stiamo violentando la loro cultura tradizionale o le imbarchiamo sulla nave dell’emancipazione femminile, che noi consideriamo una delle grandi conquiste dell’800 e del ‘900?

Sollevare dal carico fiscale un ceto medio composto da quadri direttivi e da piccoli imprenditori, offrire, ad esempio, la possibilità di detrarre la colf (un autentico costo di produzione del reddito familiare), significa fare i soliti interessi dei “benestanti” o difendiamo la loro potenzialità di contribuire economicamente al sistema?

In una società occidentale a capitalismo avanzato i diseredati vanno protetti allo stesso modo dei lavoratori precari, dei giovani in cerca di lavoro, dei ceti a basso e medio reddito, che portano il gettito fiscale su cui si regge lo Stato. L’efficienza dei servizi pubblici protegge anche i ricchi, i ceti medi sono ben lieti di mandare i loro figli nelle scuole pubbliche, che da noi, a differenza che all’estero, sono considerate migliori delle private, e di farsi operare negli Ospedali pubblici, da sempre garanzia di maggior competenza e sicurezza.

Non abbiamo bisogno di dare il colore della destra al buon funzionamento dello Stato, che incontra il favore di tutti i ceti sociali. Nella sinistra vi è una grande tradizione di controllo del territorio, di spinta al progresso nei confronti delle arretratezze.

Uno Stato socialdemocratico efficiente spinge, stimola, reprime per convincere, non perde la speranza che tutti i cittadini possano contribuire al buon funzionamento delle strutture. Accetta fino in fondo il presupposto del profitto, senza retropensieri (e su questo bisogna fare una riflessione ben ferma), e non dimentica di dare soddisfazione a chi si impegna, né di proteggere (a volte anche da sé stesso) chi scivola del disagio sociale o personale e delinque.

Discorsi difficili, aspri, rischiosi. Ma mai come ora vale la pena di farli..

Perseguire la difesa delle sacche sociali bisognose e difendere gli interessi di quelle più agiate; prendersi cura di quelli che hanno da perdere e di quelli che hanno da guadagnare, per un motivo molto semplice: è l’unica via possibile. Scolarizzare i figli degli ultimi della terra, incalzarli nell’uscire dall’arretratezza, persuaderli all’integrazione ed al rispetto delle nostre conquiste culturali. Di questo abbiamo bisogno e non certo delle ronde padane che soddisfano solo l’appetito forcaiolo sempre più diffuso nel paese.

Si va a destra quando chi paga, non solo i costi di una macchina statale sempre meno efficiente, ma anche la scuola e la sanità per i ceti sociali meno abbienti, vede minacciato il proprio tenore di vita.

Si va a destra quando sale la percezione d’insicurezza anche fisica; bastano pochissimi reati compiuti da qualche immigrato, abilmente cavalcati dalla propaganda di destra, ed il gioco e fatto. E non ha importanza alcuna se la maggioranza dei delitti, sia per numero che per efferatezza, vengono invece compiuti da italiani.

I segnali vanno dati con azioni concrete che soddisfino le attese dei cittadini, Cacciari sostiene che la sicurezza e la legalità non hanno colore; Cofferati a Bologna, Dominici a Firenze, Zanonato a Padova, sindaci di sinistra che hanno intrapreso provvedimenti “incolore” hanno indignato molte coscienze.

Oggi la sinistra italiana vive la sua sconfitta e lascia il paese nelle mani di una destra dai connotati sudamericani; e questa è una grave responsabilità, non sarebbe un dramma se l’Italia disponesse di una destra che oggi non c’è (quella di Montanelli).

Si apre la riflessione sui motivi della disfatta, alcune teste salteranno, volti nuovi faranno la loro comparsa, ma quello che più preme è che la sinistra impari la lezione che gli ultimi saranno beati se i primi saranno ascoltati.

04 maggio 2008

Elaborare la sconfitta per ricominciare a vincere

di Luigi Cancrini

Caro Cancrini, la settimana scorsa Cotroneo ha parlato di terapia di sostegno per le persone di sinistra e suggerito diverse tecniche per la depressione: in primis evitare la tv. Ora la questione mi sembra debba affrontarsi anche con competenza clinica, lo dico senz'ironia.

Come resistere altri cinque anni all'occupazione sistematica d'ogni spazio visivo, all'esibizione insistita di rancore, vendetta, volgarità? Ci vorrà equilibrio psichico fermissimo per non abbandonarsi alla depressione od alla rabbia dell'impotenza. Né basterà l'analisi razionale per accettare il dato di realtà più sconfortante: che cioè almeno la metà dei nostri concittadini ha scelto questa destra con piena consapevolezza!

Noi continuiamo a dire che B. è un venditore di fumo, un bugiardo. Ma quando mai? B. è prevedibile in ogni sua mossa, non ha mai smentito le attese, ha sempre fatto e detto le cose che ci si aspettava da lui! La sue cosiddette bugie null'altro sono che scoperto ed ammiccante artificio retorico! Come dunque convivere con l'altra metà della popolazione, che in B. si riconosce? Come passare i prossimi anni, durante i quali non ci sarà risparmiato nulla e vedremo legittimati e dilagare comportamenti agli antipodi dei nostri orizzonti morali? Insomma, caro Cancrini, suggeriscici le forme per elaborare l'accettazione d'una realtà ingrata. Con stima profondissima.
Lettera Firmata

All'interno di una riflessione illuminata e molto attuale, Gramsci scriveva nei suoi Quaderni della differenza sostan­ziale, nella rivoluzione francese, fra giacobini e sanculotti. Animati i primi, che erano a vol­te di origine proletaria ma che venivano spes­so anche dalla borghesia, dalla nobiltà e dal clero, dall'idea di essere (o di dover essere) i protagonisti di un grande processo della sto­ria e coinvolti, i secondi, invece, da un movi­mento che sembrava in grado di corrisponde­re alle loro aspettative immediate: alla possibi­lità, dopo anni di sofferenza, di liberarsi del giogo cui erano stati a lungo ingiustamente sottomessi.

Pronti, i primi, a trasformarsi (i Robespierre ed i Sanjust) in rigidi, (ed eventual­mente spietati) difensori di un'idea che incar­nava i loro ideali. Pronti, i secondi, a modifica­re le loro posizioni di fronte ad una realtà che suggerisce altri modi di difendere gli interessi che erano meglio difesi, in una certa fase, dal­le idee rivoluzionarie.

Proposto in modo chia­ro dall'esempio di Granisci, il discorso relati­vo alla necessità di riflettere sulle motivazioni degli uomini e delle donne che portano avan­ti un discorso, rivoluzionario o di sinistra, spie­ga molte cose. Una sinistra forte ha bisogno di una combinazione ampia di motivazioni di­verse.

Lasciati a sé stessi, privi di un riscontro concreto delle motivazioni terrene dei sancu­lotti, i giacobini si sono irrigiditi nelle mo­struosità del comunismo reale o nelle chiac­chiere dei salotti buoni. Privi di rapporto con le idee alla base della loro emancipazione, i sanculotti si sono trasformati facilmente in persone di destra.

Come accadde all'inizio de­gli anni '80, quando avendo appena ricevuto acqua, gas e luce per l'iniziativa di Luigi Petroselli, un grande sindaco comunista, molti abi­tanti delle borgate romane smisero di votare il Pci (che a lungo li aveva aiutati nelle lotte per la fontanella e per la fognatura, per la fermata dell'autobus e per la scuola dei figli) e aderiro­no (cosa che allora ci stupì) a quei movimenti di destra che più facilmente intercettavano il loro bisogno di sentirsi cittadini a pieno titolo di una Città che li aveva a lungo emarginati: ri­conoscendo il loro bisogno di distinguersi dai nuovi emigranti.

Il fascismo e le formazioni politiche che si rifanno alla destra diventano forti, infatti, quando le persone sentono il bi­sogno di difendere degli interessi, piccoli o grandi, ma personali e consolidati. Il cemento ideologico che ne consente lo sviluppo è so­prattutto quello della paura di perdere i loro beni o i loro piccoli grandi privilegi.

Una pau­ra suscitata dal Comunismo (ancora oggi!) o dagli emigranti: gli italiani di ieri nell'America di Sacco e Vanzetti o nella Svizzera di "Pane e Cioccolata; gli extracomunitari di oggi nel­l'Italia di Bossi, Fini e Berlusconi e nella Fran­cia di Sarkozy: i terroristi islamici nella vulgata occidentale partita da George W. Bush e con­validata oggi da un Papa povero di amore per gli altri e di senso della realtà.

Sono partito da lontano per dirti che dovre­mo riflettere a lungo sulle ragioni di questo trionfo annunciato della destra di Berlusconi. L'idea di Prodi e della sinistra per cui il reddito deve essere ridistribuito non piace a chi ha molto e non piace nemmeno a chi ha poco se teme che la ridistribuzione cominci da lui.

L'idea per cui gli emigranti che vengono nel nostro paese sono bocche in più da sfamare e problemi seri per la sicurezza ed il benessere degli italiani non è realistica ma colpisce le persone che riflettono di meno. Tempi non ideologici, in cui l'antipolitica ha messo in cri­si l'immagine dello Stato e delle istituzioni so­no tempi in cui la tendenza a richiudersi nel proprio particolare è forte soprattutto se forte è la paura di poter stare peggio e se non si rie­sce più, da sinistra, a portare avanti un discor­so che distingue lo stare bene dal benessere economico.

Impostando l'iniziativa politica sul tentativo di gareggiare con Berlusconi sul terreno delle promesse materiali (i bonus per le famiglie, le assicurazioni per le casalinghe, la pace sociale garantita dalla presenza in lista degli industriali e degli operai) Veltroni ha portato avanti una competizione impossibile da vincere perché chi pensa a sé ed al proprio particolare (compresi gli ex sanculotti) si fida­va e si fida più di Berlusconi (o di Casini) che di lui e perché chi crede nella forza delle idee si sente deluso da questa sua scelta.

Così come deluso si è sentito dai giacobini (di cui anch'io ho fatto parte) che hanno combattuto ugual­mente una battaglia impossibile. Le grandi idee fanno presa nelle masse solo se vengono portate avanti da persone capaci di intercetta­re con intelligenza i bisogni reali dei "sanculot­ti": una capacità ed una intelligenza che ci so­no mancate. Quello cui ci troviamo di fronte è un trauma di cui dobbiamo capire le ragio­ni. Elaborandolo proprio per evitare la malat­tia depressiva, quella che si determina quan­do il dolore resta chiuso dentro di noi.

Quan­do non trova le parole per essere detto ad altri. Quando non trova lo sbocco del ragionamen­to condiviso necessario per andare avanti in una situazione come questa. L'uomo, diceva Marx, è un animale sociale e il dovere degli uo­mini è, storicamente, quello di realizzare que­sta sua caratteristica. Partendo da un'analisi at­tenta dei problemi. Evitando di irrigidirsi (il ri­schio di sempre dei giacobini) all'interno di posizioni che contribuiscono più alla reazio­ne che al cambiamento ma senza abbandona­re l'idea per cui gli uomini possono stare dav­vero meglio solo se riescono a stare bene tutti.

Per gentile autorizzazione dell'autore

01 maggio 2008

Il soccorso degli sconfitti

di Elisabetta Canitano

L'elettore di centro-sinistra in questi giorni è disorientato, depresso. Negli ultimi due anni avrebbe avuto tante cose da dire ai suoi compagni e amici dirigenti.

Sapeva delle difficoltà di governare ma avrebbe voluto a volte dire la sua, avvisare dei rischi, dell'impopolarità che avvertiva al bar, sul lavoro, sull'autobus. Ha vissuto come una ferita personale il dramma della monnezza napoletana, tragica condanna dell'amministrazione di centro sinistra campana.

Eccolo lì, ha votato Veltroni, ha votato Rutelli... avrebbe voluto parlare ma intanto ha votato, contro la destra, pensando dopo parliamo, però.. intanto voto, poi parliamo.

Ed ecco che invece ha vinto la destra, i post fascisti. Il marito di Isabella Rauti, croce celtica al collo, è il primo cittadino di Roma. Quelli che hanno detto, non parliamo affatto dopo, piuttosto non votiamo adesso, sono stati di più. Così sta lì, come un cane bastonato, temendo (ma siccome è affetto da buonismo veltroniano, anche sperando, in fondo), che facciano davvero meglio per questa città.

Che puliscano le strade, che lavino il parcheggio della Stazione Termini, che mettano in sicurezza le Stazioni, che aggiustino le scuole. Più rigore, più efficienza, più attenzione alle periferie che noi abbiamo trascurato...

E giù sensi di colpa. Non ci siamo radicati nel territorio, abbiamo dimenticato i bisogni elementari delle persone.. Ma per fortuna gli italiani non corrono in aiuto solo dei vincitori, come diceva Flaiano, ma anche dei perdenti.

Il primo programma pratico di Alemanno, udite udite non è la pulizia, non è la sicurezza (se escludiamo la proposta di armare i vigili, che non è proprio il massimo), non sono gli anziani, i bambini, i deboli, ma è DEMOLIAMO LA COPERTURA DELL'ARA PACIS.

Spreco di denaro pubblico, nessuna ricaduta sul benessere della popolazione, soddisfazione di un bieco desiderio di rivincita contro la cultura di centro sinistra a cui si sacrifica ogni altra necessità impellente della città. Si e' poi corretto, ha detto che non è una priorità urgente, forse ci farà un referendum democratico sopra, forse la sposta blocco per blocco numerando pietra per pietra come Paperone i colossi del Nilo. Non osiamo sperare tanto...

Speravamo, certo, che facesse una mossa falsa. Che coloro che lo hanno votato con voto disgiunto, dandogli una chance, potessero rimanere basiti, delusi, pentiti. Ma così in fretta, così palesemente, così crudamente...

Grazie, Sindaco, davvero... grazie da tutti noi.

24 aprile 2008

Le buone pratiche e le buone politiche

Oggi si posa la prima pietra della Casa del parto naturale nel giardino dell'Ospedale G.B. Grassi.


E' una fase del lungo percorso che ha visto collaborare la Regione di centro sinistra, i Dirigenti dell'Azienda, il sindacato, gli operatori, le associazioni e le donne del territorio.

Si accompagna a una serie di provvedimenti presi in questi tre anni che hanno visto il miglioramento dell'assitenza ostetrico ginecologica, l'aumento dei parti nell'Ospedale G.B. Grassi, la valorizzazione del territorio in generale, e l'ininterrotto sforzo, (pur nella disastrosa situazione finanziaria lasciata dal centro destra) di garantire ai cittadini una sanita' efficace.

La salute delle donne, salute che riguarda di riflesso quella di tutti i cittadini, e' il vero termometro del livello di civiltà e di democrazia di un paese.

Non lasciare che Roma cada nelle mani della destra. I diritti delle donne sono nelle mani di tutti,vai a votare con il centro sinistra, per Rutelli Sindaco

Associazione Vita di Donna Onlus

02 marzo 2008

La questione cattolica italiana

di Mauro David

Dopo l’ingresso dei Radicali, la senatrice teodem Paola Binetti agita il dibattito politico all’interno del PD. Apre così una conflittualità interna che danneggia l’immagine di unità, cosa che sta a cuore non solo a Veltroni, ma anche agli italiani stanchi della rissosità improduttiva.

Nel versante opposto, Berlusconi si dichiara a favore della moratoria contro l’interruzione di gravidanza, ma dimentica l’aborto terapeutico praticato dalla moglie e rivelato dall’interessata in un’intervista al Corriere della Sera. Pier Ferdinando Casini, strenuo difensore della famiglia, si dichiara contrario alle coppie di fatto; va al Family Day, ma divorzia e si sposa di nuovo con rito civile.

Questi sono i comportamenti di alcuni dei nostri uomini più rappresentativi, quelli che da anni occupano la scena politica e che gli italiani continuano ad eleggere, quelli che esprimono la sintesi del pensiero e dell’orientamento morale del Paese.

L’Italia è un Paese cattolico? Le chiese sono poco frequentate, il confessionale non è più uno strumento di controllo, le sacre scritture sono quotidianamente trascurate, le vocazioni si sono ridotte a tal punto da creare un serio problema di turnover nelle gerarchie clericali.

L’esistenza degli italiani non è ispirata agli insegnamenti della Chiesa e la questione va al di là del mero principio di laicità dello Stato. E’ necessario prendere atto che il popolo italiano vive, agisce e riflette da materialista e da laico.

Il morboso e insulso attacco alla legge 194, che ciclicamente gli antiabortisti rinnovano, ne è la prova evidente. E’ doveroso che gli autori di queste offensive si rimettano alla determinazione dei cittadini. La legge che regola l’aborto in Italia è frutto di un passaggio democratico, di una volontà popolare espressa con un referendum. Qualunque tentativo di modifica dovrà sottostare allo stesso iter legislativo; una revisione consumata a colpi di maggioranza rappresenterebbe un vilipendio al comune, pratico e condiviso senso della vita degli italiani di oggi.

Con la loro ostinazione gli antiabortisti rivelano la sconfitta morale e politica. Non propongono una consultazione popolare perché verrebbero sbaragliati. Non sono solo i sondaggi a sostenerlo, ma è anche il buon senso che deriva dalla onesta osservazione della società. E allora privilegiano la manipolazione della realtà; premono, non solo sulle coscienze degli italiani, ma anche sulla fragilità dei politici alla ricerca di facile consenso; perseguono con determinazione quella che sarebbe una nefandezza antidemocratica.

Pur di ottenere un decreto legge che scardini la 194, utilizzano una propaganda opprimente e violenta ricorrendo alle immagini truculente di campi di sterminio o di olocausti consumati tra l’indifferenza generale. I siti cattolici tracimano di fotografie di feti abortiti; icone raccapriccianti, strumenti pedagogici di una rozzezza morbosa e di un gusto da oscuro medioevo.

Nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote all’applicazione della legge 194, sparuti manipoli di ardenti cattolici premono alle porte dei servizi d’interruzione di gravidanza della sanità nazionale; qualcuno di loro viene addirittura preso a schiaffi. Giuliano Ferrara, ex comunista ed ex informatore della Cia, “nè ateo nè’ devoto”, si presenta come candidato premier della lista Pro-life. Lancia la moratoria sull’aborto, ponendo sullo stesso piano i boia d’America e le donne che, decidendo di abortire, compiono un crimine contro l’umanità.

Il Vaticano, non solo entra nelle mutande degli italiani vietando la contraccezione, ma detta l’agenda politica delle istituzioni contribuendo, alla bisogna, anche alla caduta di un governo. Tutto viene stravolto e ricondotto a tappe forzate verso l’anacronistica visione cattolica sul valore della vita. Lo sventurato embrione diviene l’ultima trincea difensiva di posizioni scientificamente infondate e politicamente irragionevoli; uno strumento insostituibile per imporre la volontà delle gerarchie ecclesiastiche che “legiferano” sull’utilizzo delle cellule staminali e sulla procreazione assistita. Tutto ciò accade, ma il laico e materialista cittadino italiano auspica che la ricerca scientifica, quella che curerà il suo tumore, sia portata comunque avanti negli altri paesi senza cattoliche limitazioni e, mentre milioni di embrioni rimangono inutilizzati nei congelatori, le coppie vanno in Spagna per praticare l’inseminazione artificiale in tutta serenità.

No, l’Italia non è cattolica. Nuovi protagonisti, portatori di un moderno umanesimo materialista, entrano a pieno titolo nella società civile: le nuove generazioni di giovani, estranee al comunismo e caratterizzate da un candido ateismo; le donne affrancate dalle soffocanti tradizioni catto-maschiliste; gli omosessuali che combattono con sacrosanto diritto l’omofobia stagnante della Chiesa e dei ceti più retrivi; gli immigrati, messaggeri di altre culture e orientamenti morali. No, quella cattolica non è l’unica morale ed il progresso dell’umanità non si arresta ai confini del cattolicesimo. Che i cattolici ne prendano coscienza; nel terzo millennio è un atto dovuto.

Per quale motivo gli organi ecclesiastici, con sovversivismo militante, si distanziano in modo evidente dalla società civile e dai sentimenti reali dei propri concittadini? Quella cattolica, è ancora una morale aggregante delle coscienze e punto di riferimento del vissuto quotidiano di un popolo?

La verità è che il cattolicesimo è debole perché condizionato dal terrore dell’evidente svilimento del proprio fascino. Non possiede più la forza della dottrina universale, i fondamenti della Chiesa vengono rimessi in discussione, il futuro dell’istituzione stessa è minacciato. Il clero brasiliano, che con i suoi 18.685 sacerdoti è una delle chiese più forti al mondo, chiede ufficialmente all’assemblea generale dei sacerdoti la revisione delle norme che regolano il celibato. La Spagna di Zapatero, infastidita dalle ingerenze dei vescovi cattolici, minaccia la revisione dei finanziamenti pubblici goduti dalla Chiesa.

E’ il panico che muove le azioni del Vaticano e la stigmatizzazione dell’aborto e della contraccezione come “atti del malvagio”, rappresenta il colpo di coda del pachiderma disorientato e mortalmente ferito. La divisione netta tra il bene e il male viene rappresentata con toni da crociata, i massimalismi lessicali e teoretici allontano dalla retta via il cittadino e la sua visione materialista dell’esistenza.

La morale cattolica conferisce alla vita il significato di valore supremo in ogni suo ambito e stadio di sviluppo. La difende addirittura quando ancora non c’è, entra nei letti delle persone e condanna la contraccezione sicura, perché mistificazione dell’atto sessuale non più inteso come momento propedeutico alla vita stessa. L’accezione attribuita alla parola vita raggiunge livelli di speculazione intollerabili per la morale laica; la vita che non c’è è vita, l’embrione è vita, lo spermatozoo e l’oocita sono vita, ma allora anche il batterio ucciso dall’antibiotico è vita.

L’estremismo teologico, portato avanti dai moderni e agguerriti apologeti, predica la cura dell’anima post mortem e la vita prima della nascita; la vicenda umana che sta nel mezzo è poco considerata o, al massimo, assume dignità solo se consumata entro il recinto del virtuoso paradosso teologico.

Invece la vita che sta nel mezzo, quella terrena, viene presa maledettamente sul serio dalla morale laica. L’umanesimo materialista non immola il proprio benessere sull’altare di una paccottiglia gelatinosa elevata allo status d’individuo. Il laico celebra la sacralità della vita benedicendo la creatura che è; carne, ossa, identità ed emozioni. Tutela la nascita affinché avvenga in un ambito di accoglienza e di premurosa protezione; s’adopera affinché la comunità si prenda cura del bambino di una madre che lavora. Apre strutture sanitarie e consultori dove le adolescenti possano apprendere i metodi anticoncezionali, essere avviate verso una sessualità serena e appagante; non quella sottomessa, colpevolizzante e sporca che la morale cattolica insuffla nei cuori delle persone. L’etica laica si ribella alla ineluttabilità del religioso destino e allora s’interroga sulla sorte di un bambino non voluto, non amato, deforme o malato già nel grembo materno.

La riflessione laica verte sul futuro di miliardi di uomini venuti al mondo in condizioni avverse; per l’assenza di anticoncezionali, per ignoranza, miseria o per stolta devozione ad un precetto religioso che celebra la sacralità di una vita migliore, dopo quella terrena. E allora, tra i due mali, il laico sceglie quello minore: sottrarre la donna dalle mani assassine di una mammana per assisterla medicalmente e psicologicamente in un passaggio doloroso della sua vita.

E’ nello staccare la spina, sottraendo l’individuo all’inutile accanimento terapeutico, che l’etica materialista esprime la massima considerazione verso la persona; il sangue, la carne, il dolore fisico e psichico, il libero arbitrio, sono i valori laici che assumono dignità e che sommati tra loro sono ben più importanti di un inanimato e colloso miscuglio di cellule.

E’ nel prendere sul serio l’esistenza e il dolore degli uomini che s’identifica l’atteggiamento laico e materialista. Siamo in campagna elettorale, Veltroni e Berlusconi hanno annunciato di volere lasciare fuori dalla competizione le questioni etiche.

No, l’Italia non è un paese cattolico.

27 gennaio 2008

Manifestazioni contro elezioni





Le notizie dalla società civile

Due iniziative in cantiere lunedi e martedi.

Lunedi a Bologna

NO A ELEZIONI SUBITO!!
DICIAMOLO INSIEME
ALLE 18
IN PIAZZA SANTO STEFANO
A BOLOGNA

RIDATECI IL VOTO!!!!
RIDATECI LA NOSTRA DIGNITA'!
RIDATECI LA MATITA CHE AVETE SPEZZATO...

Gruppo 2 Febbraio

Martedi a Roma
UNA MATITA SPEZZATA

Il voto e' nostro
Ridateci la democrazia
Ridateci la dignita'
Ridateci Prodi

BASTA LISTE BLOCCATE, BASTA CANDIDATI IMPOSTI,
BASTA CON I PARLAMENTARI CHE SI APPROPRIANO DEL NOSTRO VOTO PER SPOSTARE MAGGIORANZE

GRIDIAMOLO INSIEME
MARTEDI DALLE 17 ALLE 20
a Roma
IN CORSIA AGONALE, DAVANTI AL SENATO

19 novembre 2007

Io non voglio che il governo Prodi cada perchè...

di Elisabetta e Stefano Canitano

Sono un insegnante, un medico, un operatore ecologico, un magistrato, e sto cercando di fare qualcosa di buono per questo paese, che vuol dire fare qualcosa di buono anche per i miei cari.

Se il governo cade posso perdere tutto, non credo che qualcuno possa avere nostalgia del disastro morale ed economico della passata legislatura.

So che se avessimo vinto le elezioni con maggior distacco avremmo potuto far passare i pacs, evitare che tanti dei nostri figli rischino la galera per uno spinello, permettere una fecondazione assistita più liberale, meno riservata ai ricchi e meno condizionata dalle religioni; ed il resto che non siamo riusciti a far passare, ma che spero potremo ottenere prima o poi.

Si è ridotta l'evasione fiscale e anche la pressione. La legge Bersani sulle energie alternative e' ottima. Ci si ricorda che bisogna difendere la sanita' pubblica, si cerca di incidere sulle caste, dai farmacisti ai notai, ai tassisti: in un paese nel quale tutti sembrano volere l'abolizione dei privilegi degli altri purché restino intatti i propri.

Mi piacerebbe che potessimo essere più incisivi, ma ricordo sempre che quasi meta' di questo paese crede in Emilio Fede, anche se non perdo la speranza che si ricredano; non penso che si potranno mai ricredere se, io di sinistra, mi associo al treno dell'antipolitica, cominciando per primo a gridare che destra e sinistra sono la stessa cosa....

Sono di sinistra e credo che magari le tasse non sono bellissime, ma sono il modo in cui si esprime la partecipazione di ognuno ai bisogni di tutti, e credo che questo voglia dire pagare le tasse serenamente, ricordando che servono a pagare le scuole dei ragazzi, gli Ospedali per tutti, gli etilometri per le nostre strade.

Seguono firme

27 giugno 2007

Medici in odore di mafia: e gli Ordini…

A confronto: Nino Amadore e Amedeo Bianco.
Pubblicato su Va' Pensiero n° 309

“La zona grigia è quella parte del mondo delle professioni e della politica che sta a cavallo tra legalità e illegalità”: forte delle sue inchieste giudiziarie, il giornalista Nino Amadore, denuncia la piaga, soprattutto siciliana, dei tanti capi di Cosa nostra in camice bianco e intende aprire un dibattito sulle responsabilità degli Ordini professionali che tendono a minimizzare gli eventi, incapaci di prendere una ferma posizione contro gli iscritti accusati o condannati per reati di mafia. Gli risponde il Presidente della FNOMCeO Amedeo Bianco: prima di irrogare una sanzione disciplinare, bisogna attendere la sentenza penale definitiva, “Si tratta di meccanismi normativi su cui gli Ordini non hanno alcuna discrezionalità“. Le accuse agli Ordini dei Medici sono davvero destituite di fondamento?

Nino Amadore, giornalista, autore de “La zona grigia, professionisti al servizio della mafia”
Basta scorrere alcune pagine del libro “La zona grigia, professionisti al servizio della mafia” da me scritto e pubblicato su internet nei mesi scorsi per rendersi conto che alcune categorie, più di altre, sono state interessate dalla presenza di boss di prima grandezza. A queste categorie “privilegiate” appartengono senza dubbio i medici, a partire da Michele Navarra a Corleone negli anni Cinquanta, per finire al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Ora, sulla base delle necessarie garanzie processuali che spettano a tutti, sembra qui necessario avviare una riflessione sul ruolo dell’Ordine dei medici in queste vicende. Perché in altri casi, è stato persino raccontato, altri imputati (medici anche loro) di associazione mafiosa dopo essere stati condannati sono tornati a lavorare. E In ospedale. Ma non c’è solo questo alla base del mio ragionamento che coinvolge i medici. Mi ha colpito, per esempio, il convegno dedicato ai diritti per un latitante ad essere curato. Nessuno nega il diritto alle cure ai criminali, si chiamino loro anche Bernardo Provenzano, ma tutti abbiamo l’obbligo di richiamare qui il dovere di denuncia. Eppure questo elemento, per me che faccio il giornalista (né giurista né sociologo né magistrato), non sembra emergere con chiarezza. I medici, lo dimostrano anche i fatti degli ultimi giorni, continuano a essere al centro delle vicende giudiziarie che coinvolgono don Binnu Provenzano, capo dei corleonesi in galera: il numero 60, nel codice Provenzano, è un medico. Il medico che lo andava a curare nel covo di Montagna dei cavalli, ma che chiedeva al capo dei capi consigli su affari e portava notizie. Quale altra riflessione fare dunque oggi: i medici, in Sicilia, sono stati e sono anche grandi aggregatori di consenso politico e non v’è dubbio che in alcuni piccoli paesini siano protagonisti indiscussi del potere e dell’amministrazione locale. Serve e servirebbe tutt’altra presa di posizione da parte dell’Ordine dei medici. Si badi bene: io non sostengo affatto che l’Ordine dei medici di Palermo e il suo attuale presidente siano collusi, reticenti. Dico però che l’attuale atteggiamento, in un settore delicato come quello della sanità, presta il fianco a chi vorrebbe sostenere che l’Ordine (gli Ordini) dei medici siano collusi e reticenti. Una presa di posizione chiara e definitiva sulle questioni di mafia, sugli iscritti arrestati per essere i capi di Cosa nostra, potrebbe essere un definitivo passaggio culturale anche nella lotta alla mafia.

Amedeo Bianco, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri
Per quanto riguarda il tema dell'attività disciplinare degli Ordini nei confronti dei professionisti accusati e/o condannati per reati di stampo mafioso, tengo a precisare che gli Ordini dei Medici svolgono il loro dovere nell'ambito di precise e inderogabili norme legislative.
Per questo tipo di reati, ma ovviamente la norma riguarda tutte le fattispecie penali, l'articolo 43 del DPR 5 aprile 1950, n. 221 (Regolamento per la esecuzione del decreto legislativo 13 settembre 1946, n. 233, sulla ricostituzione degli Ordini delle professioni sanitarie) prevede che gli Ordini devono sospendere di diritto le persone che vengono sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
In secondo luogo, gli Ordini sono obbligati ad aprire procedimento disciplinare e a sospendere il procedimento stesso nei confronti dei sanitari sottoposti a giudizio penale anche nel caso in cui non fossero state assunte misure cautelari restrittive della libertà. Gli Ordini devono attendere la sentenza penale definitiva prima di poter concludere il procedimento disciplinare irrogando la relativa sanzione. Si tratta di meccanismi normativi su cui gli Ordini non hanno alcuna discrezionalità e che vengono osservati scrupolosamente. Ritengo quindi che le accuse agli Ordini dei Medici contenute nel libro cui si fa riferimento siano del tutto aprioristiche e destituite di fondamento.

15 marzo 2007

Esperti, dopo legge 40 fino al 10 per cento di gravidanze in meno

a cura della Redazione di Vitadidonna.it
Arriva a punte superiori al 10 per cento il calo degli interventi di fecondazione assistita eseguiti con successo (cioè tradottisi in una gravidanza e nella nascita di un bimbo) in Italia dopo l'entrata in vigore della legge 40 (10 marzo 2004). Il dato emerge da un bilancio a tre anni sulle attività dei principali centri italiani di Pma, che complessivamente 'coprono' il 20 per cento degli interventi di II e III livello realizzati in tutta la penisola.

E a evidenziarlo ai giornalisti - sabato a Milano durante il Convegno 'Riproduzione assistita: obiettivo per la vita', promosso dalla Fondazione Cure Onlus e in corso al Palazzo delle Stelline - è stato Enrico Ferrazzi, presidente della Fondazione Cure nata al polo ospedaliero Sacco dell'università degli Studi del capoluogo lombardo. Il congresso si affianca a una mostra fotografica sul 'pianeta provetta', allestita fino al 23 marzo nella Galleria del Centre culturel francais de Milan interno alle Stelline. L' "effetto legge 40" è stato confermato anche da Filippo Ubaldi, del board scientifico della principale società di medicina riproduttiva del mondo, l'European Society of Human Reproduction and Embryology (Eshre).

"Su un totale di circa 20 mila cicli di fecondazione in vitro - sottolinea l'esperto - il calo delle gravidanze registrate in Italia nel 2004 rispetto agli anni precedenti è pari al 3 per cento, e il numero di aborti è aumentato del 5-6 per cento. Ma il dato generale del 3 per cento 'maschera' percentuali di riduzione ben più alte, relative a determinate categorie di pazienti", puntualizza.

Link attinenti:
Guida alla gravidanza

11 marzo 2007

Non si nasce donna, si diventa?

Paola Muti, direttore Istituto Nazionale Tumori Regina Elena IRCCS, docente alla School of Public Health della Harvard University.

Pubblicato su Va' Pensiero n° 294

La sua nomina a direttore scientifico dell’Istituto dei tumori del Regina Elena ha subito diversi attacchi. Pensa che essere donna le abbia reso la vita professionale più difficile?

Sicuramente la nomina a direttore del Regina Elena è stata una prova importante nella mia vita, ma non posso dire con certezza se e quanto gli ostacoli incontrati siano dipesi da una discriminazione di genere. Come sempre, quando nella vita si è sottoposti a ingiustizie si ha la sensazione che queste ingiustizie debbano avere una loro origine...

E la sua sensazione quale è stata?

Che alla base delle difficoltà incontrate ci fosse una sorta di “discriminazione” per il mio essere donna. Ma sicuramente quello che ho provato è il non sentirmi compresa, il non avvertire un clima di solidarietà quando i capi della mia attività di ricerca erano degli uomini. Questa esperienza, a livello soggettivo, ha sicuramente rafforzato la mia convinzione che essere una donna mi facesse provare durezze più intense rispetto all'essere un uomo.

Essere donna le è stato d'aiuto?

Certamente. Mi è stata di aiuto quella flessibilità mentale che riconosco tipicamente nelle donne quando devono affrontare degli ostacoli: le donne sono più portate ad escogitare soluzioni alternative, a differenza degli uomini che, invece, mi sembrano più rigidi nei loro schematismi. Proprio l'altro giorno una mia collega diceva “È incredibile come lavora la mente degli uomini: sono sempre concentrati a fare una sola cosa, mentre per noi donne non è così; quando sono al lavoro riesco a guardare il computer, rispondere al telefono e allo stesso tempo chiudere un cassetto con il piede”. Un'altra prerogativa femminile che mi è stata di supporto è relegata alla sfera affettiva e dei sentimenti: l'intensità di essere una mamma, di condividere emozioni con le altre persone mi ha sempre aiutato a gioire, anche quando le cose belle non succedevano a me ma agli altri, e a ridimensionare i problemi quando qualcosa di negativo intralciava la mia strada.

Lei ha fatto una brillante carriera nella ricerca all'estero e in Italia. È difficile conciliare la maternità e la famiglia con il lavoro?

Non è di certo semplice. Quello che manca purtroppo è una cultura di supporto per la donna, soprattutto per la donna giovane, indipendentemente, che voglia o meno avere dei figli, ma che dovrebbe essere messa, comunque, nella condizione di scegliere liberamente di diventare madre, senza essere penalizzata nella carriera professionale. Personalmente ho vissuto due maternità: una in Italia e una negli Stati Uniti. Devo riconoscere che negli Stati Uniti, come pure in alcuni paesi europei quali la Germania, si hanno a disposizione diversi servizi di buona qualità e di supporto per le neomamme. In questo modo si riesce a mantenere l'attività, comunque produttiva o perlomeno non limitata fortemente dalla presenza dei figli.

E nel nostro Paese?

In Italia la vita si complica perché la struttura non è ancora pronta a istituire sistemi di supporto e di aiuto per le neomamme durante il periodo dell'allattamento. Purtroppo, è parte del sistema attuale dare una grande responsabilità alla donna nella gestione pratica dei figli, mentre al padre viene affidato per la maggior parte il compito del supporto economico. Questa cultura ha sicuramente un peso nella tua produttività al lavoro, sia essa in termini di idee, che di progetti. Però, quello che ho visto e provato in prima persona è che, dopo il periodo dell'allattamento, la donna attraversa un periodo di rinascita e riesce a raggiungere la stessa produttività nella metà del tempo, recuperando in parte il terreno “perduto” con la gravidanza... È una fase di esplosione dopo un periodo di intensità biologica che considero un privilegio straordinario della donna.

Il Massachusetts General Hospital ha istituito il Claflin Distinguished Scholars Awards a favore delle giovani dottoresse con figli: una borsa di studio di 30 mila dollari da sommare al normale stipendio. Basterebbero gli incentivi economici per migliorare le cose da noi?

Per come stanno adesso le cose, istituire delle borse di studio non è sufficiente. Abbiamo bisogno di strutture, ma soprattutto di una diversa mentalità, che non penalizzi la donna, ma ne permetta la sua completa valorizzazione che non può prescindere dai suoi figli. Nella mia esperienza ho trovato una forte solidarietà tra le donne che facevano il mio stesso lavoro. Ad esempio, ricordo che negli Stati Uniti tra le ricercatrici convocate per riunioni scientifiche a livello federale, unendo le nostri voci, siamo riuscite ad ottenere di non fissare riunioni il sabato e la domenica, né il venerdì pomeriggio: davamo la nostra disponibilità a qualsiasi ora del giorno e della notte durante la settimana, ma il fine settimana doveva essere sacro ed esclusivo per la nostra vita extra-lavorativa. Queste sono piccole cose non scritte, ma che considero delle piccole conquiste delle donne per garantirsi una vita compatibile con gli affetti. Più donne andranno a contribuire in posizione di “potere”, di condivisione e pianificazione programmazione, più sarà facile fare accettare queste esigenze...

Si parla spesso di medicina di genere quale studio delle differenze tra uomini e donne dei fattori determinanti la salute e il carico di malattia. Ma questa branca richiama pure l'attenzione sulle differenze di genere nel prestare le cure. Lei che ne pensa?

Per quanto riguarda la somministrazione delle cure sono stati condotti diversi studi che hanno evidenziato un significativo differenziale tra i due generi. Nelle malattie cardiovascolari si è riscontrato che l'uomo ha una frequenza di eventi cardiovascolari maggiori della donna, specialmente nelle fasce di età precedenti alla menopausa, ma le donne, una volta colpite dall’evento cardiovascolare, hanno una maggiore probabilità di morire. Ad oggi non si è ancora capito se questa discrepanza è dovuta a fenomeni sociali oppure biologici. Una prima ipotesi che era stata fatta indicava una diversa qualità di accesso ai servizi: sembrava che le donne arrivassero più tardi al Pronto soccorso rispetto agli uomini e di conseguenza gli interventi diretti sull'evento cardiocircolatorio avessero acquisito quel ritardo tale da renderli meno efficaci. Altri studi hanno messo in evidenza il peso che può avere il differente approccio tra i due sessi nella descrizione dei sintomi.

È interessante questa osservazione...

Si è visto che l'uomo infartuato indica precisamente il dolore al petto e subito vengono attuati i presidi utili alla diagnosi e, quindi, alla terapia d'urgenza. Nelle donne la descrizione è dedicata a fattori non direttamente coinvolti, dando una descrizione meno chiara e focalizzata: un modo di raccontare e di rappresentare tipicamente femminile! Di conseguenza, l'atteggiamento del clinico nei confronti della donna viene orientato verso l'infarto del miocardio, ma anche verso altre possibili diagnosi che nell'insieme generano ritardo nella diagnosi correlabile alla maggiore mortalità, alla quale contribuiscono sicuramente anche altri fattori biologici e fisiologici. È interessante osservare un diverso modo di fare la diagnosi e una diversa attitudine nei confronti della donna che non è imputabile a una discriminazione a priori, ma al diverso modo di porsi davanti ai sintomi.

La medicina di genere estesa alla dimensione del counselling potrebbe servire per superare parte delle discriminazioni di genere?

Certamente. Studi sulla salute di genere prodotti recentemente in Spagna suggeriscono la possibilità di superare queste differenze una volta riconosciute.

Ma questi studi stanno per essere trasferiti nella pratica medica?

Siamo nella fase di impostazione del lavoro. Ad esempio, al Regina Elena stiamo lavorando a un progetto sulla donna come partecipante di screening e sulla donna come persona al centro della osservazione, sia diagnostica che clinica. Il progetto è ancora in fase di stesura e installazione; permetterà alle donne di afferire al nostro Istituto per svolgere una serie di test preventivi in un solo giorno (pap test, mammografia, densità ossea). La nostra intenzione è quella di ascoltare le partecipanti e di cercare di valutare, con il supporto di strumenti disponibili nell'ambito clinico, la possibilità di includere valori e preferenze delle partecipanti riguardo a potenziali programmi e terapie che riguardano la loro vita futura.

Questo progetto sembra in linea con le politiche per le pari opportunità che rappresentano una priorità per l'attuale Ministro della salute Livia Turco. Si può parlare di pari opportunità nell'accesso ai servizi sanitari e alle cure appropriate nel nostro Paese?

Non abbiamo dati che dimostrino una marcata disuguaglianza di genere nell'accesso alle cure in tutto il nostro Paese, ma sicuramente esiste un significativo differenziale Nord/Sud. In tutti i programmi, il Ministro Livia Turco ha portato in primo piano problemi che riguardano il differenziale femminile, ma sopratutto il differenziale Nord/Sud, che ai nostri giorni è inaccettabile. Se solo riuscissimo a garantire un uguale accesso diagnostico e terapeutico alle donne del Sud e del Nord, supereremmo una grave ed ingiusta disuguaglianza...

Paola Muti ha guadagnato a pieni voti il posto di direttore dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena IRCCS, dopo venticinque anni di un'intensa attività di ricerca epidemiologica in ambito oncologico e sullo sviluppo di banche biologiche per la raccolta e la conservazione di campioni biologici. Ha condotto una brillante carriera accademica negli Stati Uniti – insegna Advanced Cancer Epidemiology alla Harvard University - senza rinunciare alla sfera femminile della maternità. Paola Muti è madre di Greta e Giovanna. Ama leggere e andare per mare.

Per gentile concessione Il Pensiero Scientifico Editore

01 marzo 2007

Padoa Schioppa, sanità chiave per riordino conti pubblici

a cura della Redazione di Vitadidonna.it

La sanità come tassello fondamentale nel processo di riordino dei conti pubblici italiani. Lo ribadisce il ministro dell'Economia e delle finanze Tommaso Padoa Schioppa, dopo la firma, ieri mattina al ministero della Salute a Roma, del piano di rientro dal deficit della Regione Lazio. Un piano "frutto di un lavoro estremamente intenso negli ultimi mesi e settimane" spiega, aggiungendo che si tratta di misure "stabilite dalla Regione Lazio, dunque non imposte dall'esterno ma esercizio di autogoverno". Padoa Schioppa sottolinea il ruolo predominante della sanità nelle "politiche di Welfare italiane. I temi sanitari - dice - hanno impegnato da subito il governo Prodi, sin da maggio scorso, tanto che in questo settore gli interventi sono molto più avanti che altrove". Il titolare del dicastero dell'Economia ricorda che "viste le scarse risorse e l'elevato debito pubblico italiano è necessario intervenire seriamente. E siccome il settore della salute ha bisogno di risorse aggiuntive, bisogna liberare fondi imparando a spendere meglio quanto si ha". Quindi il ministro dell'Economia, seduto a fianco del collega della Salute Livia Turco, si lancia in una difesa della sanità italiana. "Purtroppo sui giornali si leggono solo cattive notizie che riguardano la sanità del nostro Paese. E invece sono moltissime le cose che funzionano. Chi ha la mia età - aggiunge - si ricorda bene com'era l'Italia in cui non esisteva un Servizio sanitario nazionale in grado di assicurare una parità di trattamento a tutti i cittadini".

News online sulla sanità

16 febbraio 2007

La devolution non fa bene al Sud

a cura della Redazione di Vitadidonna

Politica sanitaria
La devolution acuisce il divario fra Nord e Sud, e nel mezzogiorno d'Italia la salute dei cittadini peggiora. E' questo il dato più evidente che emerge dal rapporto "Osservasalute 2006", presentato ieri mattina all'università Cattolica di Roma. Fattori di rischio e stili di vita sbagliati, organizzazione e assistenza sanitaria carente, medicina del territorio pressoché assente, mancanza di screening e politiche di prevenzione sono il cocktail velenoso che determina un netto peggioramento per i cittadini del mezzogiorno. Al Sud aumentano diabete e obesità, fumano più giovani e anche nella lotta ai tumori si registra una pericolosa battuta d'arresto, tanto che i benefici della dieta mediterranea e dell'ambiente meno inquinato stanno venendo meno. Se non si interviene prontamente - avverte il rapporto - in 15 anni l'incidenza dei tumori raggiungerà quella del Nord.

"Questo rapporto - spiega Walter Ricciardi, direttore dell'Istituto di igiene dell'università Cattolica di Roma e direttore dell'Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane - evidenzia chiaramente che mentre in due terzi delle regioni il livello di assistenza sanitaria può confermare la graduatoria stilata qualche anno fa dall'Organizzazione mondiale della sanità, che vedeva il nostro Ssn al secondo posto nel mondo, per 6-7 regioni purtroppo non è così. Sono quelle che si sono mosse in ritardo negli ultimi 10 anni e che non hanno colto la sfida della devoluzione, accusando oggi sofferenze fortissime". Insomma, dalle 453 pagine del Rapporto emerge che è la devolution a fare la differenza. "Nelle Regioni dove in questi anni si è ingaggiata una lotta serrata ai fattori di rischio per la salute, i cittadini stanno meglio. Viceversa, nelle Regioni 'immobili - prosegue Ricciardi - la salute è peggiorata".

La cartina di tornasole che evidenzia dove è più marcato questo andamento è rappresentata "dall'elenco delle Regioni che hanno i conti della sanità più in rosso, e che ora hanno bisogno dell'aiuto del Governo per fare fronte ai loro impegni", aggiunge Americo Cicchetti, ordinario di organizzazione aziendale alla facoltà di Economia della Cattolica. "La situazione è chiaramente a due velocità. E il 2006 ha segnato forse la resa dei conti, mettendo in luce - prosegue Cicchetti - quali Regioni hanno preso sul serio la devolution e quali no, decretando il fallimento di queste ultime". L'esperto della Cattolica evidenzia che nell'economia delle Regioni la sanità ha un peso sostanzialmente diverso: "Se la Regione Lombardia riesce ad assicurare i Lea spendendo il 4,75% del suo Pil, la Campania deve dedicare l'8,95% del Pil alla spesa sanitaria. Il differenziale - commenta - chiaramente è tolto alle politiche di sviluppo e di riequilibrio del sistema economico complessivo". A farne le spese maggiormente sono i servizi di assistenza territoriale, che marcano la netta differenza tra Regioni virtuose e non, soprattutto quando sono rivolti alle fasce di popolazione più fragili: anziani e disabili fisici e psichici in primis.

"Per questi ultimi, a esempio - interviene Gianfranco Damiani, docente all'Istituto di Igiene dell'università Cattolica e membro della segreteria scientifica dell'Osservatorio - il divario tra Nord e Sud appare incolmabile: le persone assistite, sia con interventi educativo-assistenziali, sia dai centri diurni, sono nel Nord-Est circa 10 volte quelle assistite nel Sud e nelle Isole".

25 gennaio 2007

Ruini e il Colpo di Stato

di Mauro David


Le immagini inquietano anche l’anima più serena, le parole dirompono senza lasciare scampo alla speranza. E' ora di cena e quello che passa in TV è il Consiglio Permanente dei Vescovi, il cardinale Ruini è la star della serata.

L’uomo è assistito da due alti prelati che, come i disciplinati Bravi di manzoniana memoria, apostrofano con sguardi silenziosi e rigorosi la platea. Tutti vestono di nero. Il ricorso alle pratiche contro la iattura, quelle di genesi partenopea, seppur non elegante, appare l’unica via d’uscita.

La prima impressione è quella di visionare un vecchio filmato di repertorio di un’assemblea del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa, poi, lentamente, mentre Ruini espone la sua Risoluzione, la convinzione di un avvenuto colpo di Stato prende legittimamente corpo.

Il primo pensiero è per Prodi, condannato all’impiccagione per alto tradimento come Cesare Battisti. Il Capo del deposto governo è doppiamente colpevole perché, in primis, di fede cattolica e, in secundis, per aver dato voce e dignità alla laicità di questo Paese.

Per gli stessi motivi, Rosy Bindi, dopo accurato taglio dei capelli e depilazione delle ascelle, è esposta al pubblico sollazzo.

Da qui, la fantasia corre libera sui sentieri della drammaturgia politica. I leaders della sinistra massimalista riparano sui Monti della Maiella per organizzare la resistenza armata.

Quelli centristi, guidati da Rutelli, sono perdonati dopo una lunga permanenza in un campo cinese di riabilitazione psichiatrica. La rinuncia all’uso del preservativo sarà, per il sex symbol della politica italiana, la manifestazione di redenzione.

Poi la creatività lascia lo spazio alla realtà. Quest’ultima è rappresentata dalla espressione anaffettiva di Ruini che, con voce monocorde, detta alla classe politica l’agenda e le soluzioni tecniche su tutte le vicende italiane.

Le immagini scorrono, le parole pure. Il presidente della Cei non trascura nulla, l’Italia è l’unico paese ad accettare supinamente le prescrizioni di una gerarchia ecclesiastica.

No ai PACS. Il porporato nega l’equiparazione della famiglia eterosessuale ad altre “forme di convivenza”. Quest’ultime “non possono ricevere, in quanto tali, riconoscimento legale”. Punto e a capo.

No alle coppie gay. Ruini, dopo una minuziosa indagine sociologica, chiude la questione “proteggendo” l’evidente desiderio di riservatezza che caratterizzerebbe il legame affettivo tra due persone dello stesso sesso.

La domanda sgorga spontanea: e i numerosi Gay Pride cosa sono? Raduni di ossessi coperti da piume di struzzo che, appunto come degli struzzi, vanno in piazza per cercare un buco nel quale nascondersi?

Sappiano i gay, quelli che non avvertono questo desiderio di riservatezza, che se puntano ai Pacs per arrivare al matrimonio, hanno sbagliato i loro conti poiché la “rivendicazione contrasta con la non esistenza del bene della generazione dei figli”.

Se lo Stato italiano vuole dare sistemazione ai casi individuali, che non trovano soluzione con l’attuale legislazione, sarà permessa qualche modifica al codice civile. E che non se ne parli più!

Le immagini scorrono, le parole pure. Ruini parla di Piero Welby a cui ha negato i funerali religiosi, “pur sapendo di arrecare dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti”. Welby era lucido e si è ucciso. La Chiesa non poteva decidere diversamente. La questione è chiusa.

E’ una strana Chiesa quella che nega i funerali ad un uomo che vuole smettere di soffrire, mentre li celebra con solennità per Pinochet.

Le immagini scorrono, le parole pure. Il Cardinale detta le regole anche sull’accanimento terapeutico, argomenta non solo sul piano morale, ma soprattutto su quello legislativo.

Poi arriva il momento dell’impudenza. Riferendosi alle accuse rivolte al Vaticano di ingerenza negli affari di uno Stato sovrano dice: “Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa?”

L'arte della moderatezza il Cardinale l'ha imparata e per dirla con Oscar Wilde: "La moderazione è qualcosa di fatale. Il sufficiente è deprimente come un pasto regolare, il sovrabbondante è gradevole come un banchetto". Questa sera Ruini ha consumato la sua abbuffata.

La cena è terminata, le immagini s'interrompono, le parole pure. Studio sulla carta stradale la via più breve per i Monti della Maiella.

Altri post sull'argomento:
Ruini, smettila!
Fuori dalla Chiesa!
Welby è morto
Non lapidate Luca Volontè

15 gennaio 2007

Il dibattito sui Pacs e i falsi dilemmi della politica

di Nicoletta Morandi

Tra interventi del Papa e dichiarazioni dei politici, non accenna a placarsi il dibattito sui PACS.

Non c’è ormai giorno che non si assista a qualche esternazione della massima autorità religiosa, che sembra voler addebitare ai conviventi le insidie più pericolose alle quali la famiglia fondata sul matrimonio sarebbe esposta.

Il mondo politico, dal suo canto, raccoglie e rilancia, dividendosi in rivoli e rivoletti, distinguo e sottigliezze, guerre sui nomi.

I cittadini e le cittadine, unici titolari di diritti e legittime aspettative concrete, aspettano, probabilmente facendo qualche fatica a non cadere in confusione.

Tutto questo può apparire incomprensibile e, sotto un certo aspetto, lo è.

Perché, infatti, viene da chiedersi, esponenti della stessa maggioranza, si rimbalzano ad ogni occasione, accuse e/o rassicurazioni reciproche sulla natura della legge che verrà e a “tranquillizzare” che mai essa consisterà nel riconoscimento dei pacs, quando nel programma dell’Unione è contenuto chiaramente l’impegno per il solo riconoscimento dei “diritti delle persone unite in una convivenza”?

O, ancora, che senso ha gridare all’attentato alla Costituzione facendo ritenere alle porte il matrimonio tra omosessuali, assolutamente fuori discussione e allo stato improponibile?

La ragione sta, evidentemente, non nel merito della questione, la quale si risolve in realtà nel dare attuazione ad un punto del programma della maggioranza, ben delineato e formalmente condiviso, ma piuttosto nei precari equilibri politici/partitici alle cui necessità viene quotidianamente piegato l’agire politico.

Ingenerare equivoci e colpire l’immaginazione sono carte che possono sempre tornare utili quando non vi è trasparenza di intenti.

Con il possibile rischio che, nella contrapposizione tra posizioni (rectius, “sensibilità”) diverse, anche quanto programmato e promesso non veda luce, come forse qualche parte politica si augura.

Ne risulta così un dibattito “fasullo”, tutto giocato “altrove”, con buona pace degli interessi delle persone in carne e ossa.

Il che, francamente, dispiace e qualche volta indigna.

E allora, per inaugurare l’anno nuovo, un doppio auspicio.

Che la politica impari a parlare con sincerità e che il Papa spenda una parola sulle violenze di cui la famiglia è ogni giorno teatro, e le donne il suo maggior bersaglio, come la cronaca tristemente insegna.

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Aspettando i PACS

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