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02 maggio 2008

Il mondo deve sapere

Il mondo deve sapere, romanzo tragicomico di una telefonista precaria

Romanzo tragicomico di una telefonista precaria, è la versione teatrale dell’omonimo romanzo di Michela Murgia, con Teresa Saponangelo, Fortunato Cerlino e Carmine Borrino, nell’adattamento della stessa Saponangelo, di Gianluca Greco e di David Emmer, che firma anche la regia

Il romanzo - dal quale è tratta anche la sceneggiatura dell'ultimo film di Paolo Virzì, Tutta la vita davanti - è il diario di un mese di lavoro svolto dall’autrice presso il call center per conto della multinazionale americana Kirby, a vendere al telefono aspirapolveri a centinaia di anonime casalinghe.

La messa in scena è una sorta di tragicommedia quotidiana del lavoro precario, che solleva il velo su alcuni lati inquietanti di un lavoro che riguarda soprattutto le donne, attraverso un testo ironico e caustico di un’autrice contemporanea.

Il diario si apre, a squarci, su tematiche sempre più ampie, che riguardano il mondo del lavoro e la dignità personale. Un’esperienza privata e singola che però consente di allargare lo sguardo su di una realtà che soltanto in Italia impiega oltre 200.000 persone, per lo più donne.

Donne di ogni età e ambiente, che si danno da fare alla postazione angusta loro assegnata – grande la metà di un banco di scuola – con i loro pc e telefoni, che nell’insieme ricordano le batterie per i polli di allevamento.

La parola è lo strumento e la chiave di volta dell’esercito di lavoratrici precarie, ed è la violenza delle loro parole a essere messa in scena. Violenza tra azienda e venditori, violenza tra venditori e possibili acquirenti. Le parole si gonfiano e si sgonfiano a seconda del peso specifico e del contenuto.

Il libro:
“Il Mondo deve sapere – romanzo tragicomico di una telefonista precaria” di Michela Murgia - ISBN edizioni è il diario di un mese in un call center. Per trenta interminabili giorni, l’autrice ha venduto aspirapolvere al telefono a migliaia di casalinghe per la Kirby, una multinazionale americana. Intanto annotava tecniche di persuasione e castighi aziendali, descrivendo un modello lavorativo a metà tra berlusconismo e scientology. Michela Murgia è nata a Cabras, Oristano, nel 1972. Dopo gli studi teologici è stata webmaster, manager, operatrice in un call center. Il mondo deve sapere è il suo primo romanzo.

Roma, Piccolo Eliseo
debutto - lunedì 28 aprile, ore 20.45 29, 30 aprile e 2, 3 maggio - ore 20.45 domenica 4 maggio - ore 17.00

28 febbraio 2007

Certificazione assenze

Decurtato lo stipendio per cinque mesi al dipendente USL che non documenta l'assenza di un solo giorno

Massima
L'amministrazione ha la facoltà di richiedere ai propri dipendenti di documentare l'assenza mediante certificato medico anche se questa si limiti ad una sola giornata. Le norme che fissano il termine per la presentazione del certificato medico entro il terzo giorno di assenza, non escludono per ciò solo che il dipendente non sia tenuto a produrre, se l'amministrazione lo richieda, idonea documentazione anche per un'assenza più breve.

A maggior ragione questo potere di controllo va riconosciuto all'amministrazione nei confronti di dipendenti che denunciano con particolare frequenza malattie di breve durata che essi stessi evidentemente si autodiagnosticano, laddove l'assenza per malattia è all'evidenza classificabile come tale solo quando è comprovata da un certificato medico che individui e dichiari lo stato patologico che giustifica l'astensione dal lavoro. (Avv. Ennio Grassini - www.dirittosanitario.net)

Link attinenti:
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23 febbraio 2007

Cuamm cerca 3 camici bianchi per l'Africa

a cura della Redazione di Vitadidonna.it

Un infettivologo, un chirurgo e un'ostetrica, rispettivamente per Uige, Maquela e Alua, province dell'Angola e del Mozambico: sono le figure professionali che sta cercando con urgenza Medici con l'Africa Cuamm, l'Ong che si occupa di promuovere e tutelare la salute delle popolazioni africane. La data prevista per la partenza è per marzo 2007. Per la provincia di Uige, in Angola, si cerca un medico con specializzazione in Malattie infettive da inserire in un programma di controllo della tubercolosi. È richiesta la conoscenza della lingua portoghese e l'aver maturato esperienza di almeno un anno nei paesi in via di sviluppo. La durata del contratto è di 8 mesi. Per l'ospedale rurale di Maquela do Zombo, sempre nella provincia di Uige, si cerca un medico specialista in Chirurgia con competenze in ambito chirurgico-ostetrico. Anche qui, necessaria la conoscenza della lingua portoghese e l'esperienza di almeno un anno nei paesi in via di sviluppo.

Il contratto è di 8 mesi. Per la scuola per ostetriche professionali che si trova ad Alua, nella provincia di Nampula in Mozambico, si cerca invece un'ostetrica diplomata. La durata del contratto è di 12 mesi, indispensabile la conoscenza del portoghese e, anche in questo caso, l'esperienza in paesi in via di sviluppo. Per proporre la propria candidatura, riferisce una nota pubblicata sul sito web della Fnomceo (Federazione nazionale ordine medici chirurghi e odontoiatri), è necessario inviare il proprio curriculum all'indirizzo di posta elettronica segreteria.risorseumane@cuamm.org riportando nell'oggetto l'indicazione del progetto a cui si è interessati a partecipare utilizzando le seguenti definizioni: "Infettivologo per Uige" "Chirurgo per Maquela", "Ostetrica per Alua".

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20 febbraio 2007

Conseguenze penali per la certificazione di una visita medica mai avvenuta

a cura della Redazione di Vitadidonna.it

Diritto Sanitario - Cassazione penale

Il certificato rilasciato dal medico convenzionato con la U.S.L. per la parte relativa al giudizio diagnostico e prognostico ha natura di certificato, essendo basato sulle conoscenze scientifiche del sanitario, mentre riveste qualità di atto pubblico per quelle parti concernenti la provenienza del documento dal pubblico ufficiale e le attestazioni relative, come nella specie, all'attività svolta (visita medica) nonchè ai fatti avvenuti alla sua presenza, quali, in particolare, la presentazione del paziente. Si configura, pertanto, nel caso di specie, il reato di falsità ideologica in atto pubblico con condanna alla pena prevista dalla Legge. ( Avv. Ennio Grassini - www.dirittosanitario.net)

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13 febbraio 2007

Gli inglesi vogliono i nostri neuropischiatri

a cura della Redazione di Vitadidonna.it

Continuano a fioccare dall'Europa proposte di lavoro per i medici italiani. Questa volta la richiesta arriva dal Regno Unito che ha intenzione di inserire nelle proprie strutture ospedaliere neuropsichiatriche del nostro paese.

Requisiti richiesti: laurea in Medicina, specializzazione in Neuropsichiatria infantile, esperienza post-specializzazione e ottima conoscenza della lingua inglese. Sono previsti contratti a tempo determinato e indeterminato e retribuzioni che oscillano tra i 100 mila e i 135 mila euro l'anno, oltre a tempo protetto per lo studio, programma di adattamento e aiuto per la ricerca dell'alloggio. "A tal proposito - riferisce la Fnomceo (Federazione nazionale ordine medici chirurghi e odontoiatri) - sono stati organizzati due incontri informativi, a Roma il 2 marzo (riservato a medici della Regione Campania) e a Palermo il 17 marzo presso l'Università".

Per partecipare agli incontri è necessario inviare il proprio curriculum, compilato in lingua inglese, secondo i criteri suggeriti nel sito www.britain.it, agli indirizzi RomeNHS@fco.gov.uk e eures@provincia.pv.it, per Roma in tempi brevi e per Palermo entro il 9 marzo 2007.

19 gennaio 2007

Disciplina dei permessi retribuiti

A cura della Redazione di Vitadidonna.it
E' legittimo che la ASL neghi la fruizione di permessi retribuiti per motivi personali o familiari

Massima

Pur di fronte ad una domanda ritualmente proposta nell'ambito temporale complessivo dei tre giorni annui e per motivi di interesse personale o familiare, il datore di lavoro ha la discrezionalità (ai sensi dall'art. 21 comma 2 CCLN 1994-1997 così come integrato dall'art. 41 CCLN 1998-2001) di concedere o meno il permesso retribuito, senza che conseguentemente sorga in capo al lavoratore alcun diritto ad ottenere la concessione di tale periodo. La discrezionale scelta del datore di lavoro, alla stregua dei principi generali, potrebbe essere dal Giudice sindacata solo sulla base del principio di non discriminazione, o, più in generale, sulla base del principio di buona fede che deve sempre informare il rapporto contrattuale, compreso ovviamente quello di lavoro. (Avv. Ennio Grassini - www.dirittosanitario.net)

Link attinenti:
Guida ai diritti del lavoro

14 gennaio 2007

Statali e mobilità. Atto secondo.

Segue qui, per ragioni di spazio, il primo post sull'argomento

di Mauro David

“Riformare la burocrazia: mobilità anche per gli statali”, cos’è questo scritto?

Una pagina reazionaria redatta da un fobico maschilista, terrorizzato dalla crescente pretesa femminile di eguaglianza e parità di diritti?

Evidentemente no. Se così fosse avrei maledetto il giorno della nascita di Fourier, che dopo aver coniato il termine femminisme, sostenne l’orrenda idea che il progresso sociale di un popolo è direttamente proporzionale ai diritti civili goduti dalle donne. Avrei rimesso in discussione l’opera di Simone de Beauvoir, irriso quella di Luce Irigaray, saccheggiato la memoria di Rosa Luxemburg…
Bene, rileggo il testo, ma non trovo alcun riferimento. Quindi, se lo scritto non è questa cosa qui.. cos’è?

Forse, è il manifesto pubblico di un leghista del Varesotto? Leghista e per di più imprenditore che, al grido di “Roma ladrona”, vorrebbe tutti i ministeriali precarizzati? Magari… iniziando proprio dalle donne? Rileggo. No, direi proprio di no…

Forse, è un manualetto di gestione delle risorse umane, con un’appendice sulle conoscenze basilari dei processi organizzativi. Vediamo… no, nemmeno questo. Infatti, non spiego le distinzioni tra la mobilità professionale, quella geografica e quella interna. Non parlo di processi di riconversione, o di learning organization, o di knowledge management. Non argomento sulle teorie motivazionali di Maslow, non cito Max Weber o Frederick Taylor e, soprattutto, sto ben lontano dall’invocare il ritorno della catena di montaggio.

Allora cos’è?

E’ uno spazio d’informazione che tratta del ruolo del sindacato nella pubblica amministrazione? Un dettagliato resoconto giornalistico sulle dichiarazioni di un leader sindacale?
Beh, non direi. In questo caso avrei inserito per intero l’intervista, richiamando, magari, anche la dichiarazione rilasciata il 5 dicembre da Epifani in occasione dei 50 anni di Rassegna Sindacale: “produttività ed efficienza, qualità e formazione”, quattro concetti caposaldo da includere a suo parere nel memorandum per la riforma della pubblica amministrazione e per il rinnovo dei contratti.

Avrei infarcito di dati quel “non è vero che in Italia ci sia un eccesso di dipendenti pubblici”. Cifre a sostegno della veridicità dell’affermazione; ecco la media di dipendenti pubblici ogni 1.000 abitanti: 54 in Italia, 54 in Germania, 53 in Spagna, 79 in Francia. Quindi è vero, siamo nella media europea, se non addirittura leggermente sotto.

E a proposito di quest’ultimo argomento… vediamo, ho scritto il contrario?
Ah, ho scritto che quattro milioni di dipendenti sono tanti. Ma “tanti” è diverso da “troppi”. Il “troppi” si potrebbe riferire alla congruità numerica dei dipendenti rispetto alla qualità del servizio erogato. Il “tanti”, invece, all’impatto emotivo che un cambiamento può produrre. “Rompere le scatole” a qualche migliaio di farmacisti è ben diverso dal romperle a quattro milioni di statali.

Bene, a questo punto tiriamo le somme. “Riformare la burocrazia: mobilità anche per gli statali”, non è lo scritto di un fallocrate maschilista, non è nemmeno lo slogan di un leghista, non è un trattato di organizzazione aziendale e non è il resoconto ufficiale delle dichiarazioni di un leader sindacale (tra l’altro, come la signora Paola ha commentato, questo luogo è un blog dove si fa opinione e non informazione).

Allora, cos’è?

Probabilmente è tutto quello che ciascun lettore ci mette: emozioni, cultura, percezione dell’esistenza e interessi personali. Nel leggere i commenti, le modalità di approccio al problema vero (l’inefficienza dello Stato), rivelano le attese e le paure, diversissime tra loro, che appartengono a questo Paese e alle persone che lo abitano.

Questo scritto è un grido, anzi..no, un flato. No, meglio definirlo un rigurgito di preoccupazione per le condizioni di salute dello Stato e dell’apparato che lo tiene insieme.

Già, lo Stato…

Ma parliamo di quella entità tangibile che assicura democrazia, libertà e uguaglianza ai suoi cittadini? Stessi diritti alla salute e all’istruzione? E’ quella cosa lì?

Si, è quella cosa lì. E purtroppo il nostro Stato è alla canna del gas. E mentre il malato muore l’equipe medica discute sul colore delle divise da sala operatoria e sul modo d’indossarle.

Questo è l’argomento centrale di questo blog e il perno su cui gira la riflessione è il libro di Ichino: I nullafacenti. Per chi non lo avesse letto cito brevemente la quarta di copertina:
“Mentre si nega per ragioni di bilancio un trattamento decente a centinaia di migliaia di giovani precari che lavorano per lo Stato in un regime di vero e proprio apartheid, perché nessuno propone di incominciare a tagliare l’odiosa rendita parassitaria dei nullafacenti?”

Il signor Giancarlo, nel suo prezioso intervento, sollecita la massima attenzione nello stabilire le priorità, “ragioniamo conti alla mano e non per istinto”, sono d’accordo.

Ragionando con i conti, il danno fatto alla collettività, altro nome non trascurabile dello Stato, dall’inefficienza delle sue strutture ma anche dei suoi dipendenti a tutti i livelli (da chi non controlla che i lavori vengano eseguiti, a chi lucra sui materiali, a chi materialmente non li esegue pur essendo tutti pagati per questo) è incalcolabile.

Danni economici, per denari spesi tre, quattro anche cinque volte in cambio di nulla.
Danni alle persone, per malattie non curate, disabili non assistiti, anziani abbandonati.
Parliamo anche di retribuzione, per esempio, bassa in maniera vergognosa. Dell’odioso patto fra lo Stato e i suoi dipendenti che recita, all’incirca: “Ti pago poco, ma tanto, non devi fare quasi nulla“

Nello Stato, qualcuno deve fare ciò che deve essere fatto per lo stipendio che prende, che deve e che può essere migliorato. Ma il suo risultato deve essere controllato, premiato o punito.

E allora, è possibile riflettere su questa ipotesi? E farlo con la consapevolezza che “licenziare” non essendo, ovviamente, l’unica soluzione, è comunque una delle azioni del necessario cambiamento che la pubblica amministrazione dovrà affrontare per sopravvivere?

Quale cambiamento?

Modelli organizzativi, procedure di selezione, sistemi premianti, formazione… certo. Ma, il primo passo verso la “rivoluzione”, che “non è un pranzo di gala”, sta proprio nella “Questione morale”. Il tema così caro a quell’uomo onesto di Enrico Berlinguer. Serietà e rigore quando si parla della Cosa pubblica.

La lotta alle cosiddette rendite di posizione non merita indulgenza. E se questo approccio è ammesso per i notai o altre categorie professionali, a maggior ragione, trattandosi della Cosa pubblica, deve essere severo nei confronti dei presunti nullafacenti (a prescindere da chi siano, direttori generali che non controllano l’attività come dovrebbero o portantini che fumano in cortile invece di lavorare, e non certo nella pausa).

Che cosa rispondiamo alla precaria costretta a perdere ore di lavoro perché “i risultati delle analisi cliniche possono essere ritirati solo dalle ore 11,00 alle ore 12,00”?

Bene, ragionando “conti alla mano e non per istinto”, potremmo rispondere che il numero degli statali in Italia è nella media europea. Che dite, può funzionare?

Sono portato a pensare di no. Magari la povera precaria, mentre elabora la frustrazione, osserva il traffico di buste della spesa all’entrata dell’ambulatorio pubblico. E’ incredibile pensare a quanto l’inefficienza della burocrazia sia arrogante nell’esercizio del suo potere, non bada a salvare nemmeno forma ed apparenza.

E allora… qual’è la percezione che investe la nostra precaria? Quali sono le sue emozioni al riguardo? La sintesi sta negli slogan berlusconiani: colpa nella sinistra garantista, dei sindacati, ecc..

E cosa farà la nostra precaria nella solitudine della cabina elettorale?

Le mie convinzioni esistenziali e politiche sono state influenzate in famiglia, da due presenze in particolare, due persone, partigiani durante la Resistenza, sindacalisti dopo. Credo nel principio della “Res publica”, ovvero che lo Stato sia veramente “cosa di tutti” e non privilegio di pochi.

Non sono un sindacalista, ma il mio lavoro mi ha sempre portato a sedere dall’altra parte del tavolo delle trattative sindacali.

Il Sindacato organizza i lavoratori per proteggere i loro diritti. Diritto al rispetto dello Statuto dei lavoratori, alla contrattazione con il datore di lavoro per orari, ferie e altro, ma anche, esattamente nello stesso senso, diritto a ricevere i servizi che gli stessi lavoratori pagano attraverso le tasse.

Il Sindacato da più di cento anni, con i sacrifici, le lacrime e il sangue dei lavoratori, ha tolto dal lavoro i minori e gli anziani, si è occupato della nocività e dei livelli di usura delle attività lavorative e, allo stesso modo, deve garantire a chi non ha sinecure, prebende, protezioni e raccomandazioni, l’accesso alla Sanità, alla Scuola, a una vita migliore.

Questo diritto passa, ora, per la possibilità di controllare l’efficienza dei dipendenti statali che sono gli intermediari fra il Parlamento, liberamente eletto dal popolo, che legifera e decide come reinvestire le tasse, e il popolo stesso, che di questo reinvestimento deve godere compiutamente.

Di questioni pratiche è necessario occuparsi, eludere i problemi facendone una questione di forma, annega questo paese in un immobilismo che lo condanna all’arretratezza. Di coraggio, abbiamo bisogno, non di fumo!

Il Sindacato di uno Stato democratico (mi piacerebbe dire socialdemocratico, nel suo senso più nobile) è a tutti gli effetti una forza di governo, con le stesse responsabilità del Parlamento.

La vita, il lavoro e i diritti dei cittadini dipendono dalla nostra capacità collettiva di gestione. Dare l’idea che quello dell’inefficienza dello Stato sia un problema fra chi attacca i diritti dei lavoratori e chi li difende, è rendere un cattivo servizio a questo Paese.

Altri Post sull'argomento:
Riformare la burocrazia: mobilità per gli statali
I Nullafacenti

07 gennaio 2007

Riformare la burocrazia: mobilità anche per gli statali

di Mauro David

Sono decenni che se ne parla, la riforma della pubblica amministrazione è ormai il cuore dei problemi. Finora nessuno ci è riuscito, nemmeno Berlusconi. Il manager "dell'azienda Italia", l'artefice dell'impero Mediaset, nonostante i cinque anni di governo, si è dovuto arrendere. Unico sfogo, quando in una trasferta americana ammise che se fosse stato un dipendente pubblico, si sarebbe vergognato a guardarsi nello specchio. Una autentica dichiarazione di resa.

Resta il problema. La macchina dello Stato è universalmente percepita come un baraccone inutile, un gigantesco spreco da tagliare, un bubbone inefficiente su cui ingrassano i dipendenti pubblici. Anche il Wall Street Journal ci dedica la sua attenzione con un servizio dal titolo: "I servizi pubblici italiani sono quelli che operano peggio nell'Unione Europea"

Pericolosissime definizioni. La reazione, comprensibile, spinge a ipotizzare una ridotta presenza dello Stato. Meno lacci e lacciuoli per liberare il dinamismo economico, meno pubblico e più privato.

Si tratta certamente di slogan ideologici, ispirati ad un liberismo semplificato e rozzo, pur tuttavia comprensibili e attraenti per i ceti produttivi e per moltissimi elettori... e, per questo motivo, molto pericolosi.

"Il motivo per cui le multinazionali non investono in Italia sta nell'inefficienza della burocrazia; non certo nel costo del lavoro o nella sua rigidità. La pubblica amministrazione va riformata, snellita, avvicinata a cittadini e imprese".

Non sono le parole di un "capitalista sfruttatore di manodopera", lo dice Guglielmo Epifani, e lo dice reclamando l'introduzione della mobilità per i lavoratori statali.

Epifani è il leader del più grande sindacato italiano. Epifani è un uomo coraggioso, e lo scrivo senza ironia.

Neanche il tempo di bere un caffè, appena le agenzie di stampa diffondono la notizia, la sinistra radicale inorridisce come una vecchia invasata che ha perso la dentiera, tutte le altre organizzazioni sindacali frenano bruscamente rischiando un tamponamento a catena. Lo scenario è quello di una freeway californiana, intasata dall'isteria pasionaria di chi difende i "diritti dei lavoratori statali".

Quali sono questi diritti? Un passaggio del "I nullafacenti", il libro scritto da Pietro Ichino, risponde esaurientemente alla domanda. Ecco un frammento del dialogo immaginario tra un precario del settore pubblico ed un sindacalista:
"Senti, mi spieghi perché io, laureato a pieni voti con una tesi sulla riforma della pubblica amministrazione, in questa stessa amministrazione sgobbo a tempo pieno da sei anni come co. co. co., per 800 euro al mese senza tredicesima, se mi ammalo non prendo una lira e rischio che non mi rinnovino il contratto a gennaio, mentre il Fogliazzi, che non sa scrivere una frase in italiano corretto, da vent'anni sta a casa un giorno su due, quando viene "al lavoro" timbra il cartellino e se ne va per i fatti suoi, ogni estate si fa tre mesi di vacanza al suo paese, tra ferie e malattie connesse, anche se è sano come un pesce, e prende i suoi bravi 1.220 euro tredici volte all'anno?"
E' una esagerazione? No non lo è. In realtà il dipendente pubblico non ha alcun bisogno della protezione dello Statuto dei Lavoratori, che con l'articolo 18 difende dai licenziamenti ingiustificati. Il testo unico del 2001 sul pubblico impiego neanche li menziona. L'accusa di "scarso rendimento" che, se provata, nel settore privato comporta l'immediato allontanamento dall'azienda, non sfiora minimamente il dipendente statale. "In Italia chi lavora nello Stato può essere licenziato solo se è in prigione con molti anni da scontare. Da decenni non c'è stato un solo licenziamento per scarso rendimento.", scrive Ichino.

I trasferimenti? Per carità! Non esistono esigenze tecnico produttive ed organizzative che possano giustificare il trasferimento di un dipendente statale. Solo se quest'ultimo concede il suo consenso, il trasferimento è giustificato. Così assistiamo a innumerevoli episodi in cui alcuni settori dello Stato, per carenza di competenze o di organico, offrono servizi da "terzo mondo" alla collettività, mentre in altri comparti "le risorse umane" giacciono inutilizzate.

L'inadeguata preparazione dei dirigenti, sprovvisti dei poteri necessari alla gestione delle risorse, la bassa scolarizzazione, la cristallizzazione della cultura clientelare di "scuola democristiana", la collusione stessa con il sindacato... queste le cause, e non tutte.

Ma non sempre è un disastro. Nella sanità, nell'istruzione e in molti pubblici uffici, esistono sacche di efficienza. Gente che tira il carretto salvando il salvabile. Molti, tanti che fanno semplicemente il loro lavoro tutte le mattine. Ma anche gente che, affetta da un "disturbo del comportamento" che inizia a Roma e finisce a Pechino, lavorando tre o quattro volte quello che gli spetterebbe, riesce a fare cose meravigliose. "Matti da legare" osteggiati dallo zoccolo duro dei nullafacenti statalizzati.

Epifani dice basta, facciamo i seri e riformiamo l'apparato statale. Epifani è il segretario generale della Cgil ed è ben consapevole che riformare significa mettere in discussione i privilegi di quasi quattro milioni di persone. Riformare significa estendere anche al settore pubblico le regole che disciplinano i contratti di lavoro del privato.

Non si tratta solo di poter licenziare e di trasferire. Occorre un processo di reclutamento e di selezione che assicuri le giuste assunzioni. Serve un sistema premiante che mantenga alta la prestazione. E' necessario investire nella formazione dei dirigenti e dei funzionari dello Stato.

Siamo molto lontani dall'Europa. In Francia, l'Ecole Nationale d'Administration (ENA), dal 1949 assicura una provvista di funzionari di altissimo profilo. "Les enarques" sono chiamati ad una sorta di missione che generalmente li lega allo Stato per tutta la vita e che li spinge ad accettare anche un certo grado di mobilità. Di conseguenza, l'Alta Amministrazione offre alla Francia leaders politici e uomini di governo: Giscard D'Estaing, Balladur, Rocard, Juppé, Aubry, Chirac, Jospin, moltissimi provengono dai ranghi dell'ENA.

La nostra Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) fa quello che può, ma chi esce da lì approda, al massimo, alla condizione di precario della macchina statale.

Lo ripeto, Epifani è un leader coraggioso. Si, ci vuole del coraggio per mettere in allarme quattro milioni di persone. Sono tante, nemmeno l'esercito degli Stati Uniti d'America (un milione e duecentomila, donne comprese) impiega così tante risorse.

Quattro milioni di statali (elaborazione OCSE/PUMA) e se facciamo un grossolano calcolo attribuendone uno per famiglia, fanno quattro milioni di famiglie. Se, altrettanto grossolanamente, consideriamo una media di tre componenti per nucleo familiare, fanno dodici milioni di persone coinvolte, sia direttamente che indirettamente, dalla "ristrutturazione" invocata da Epifani.

Dodici milioni su una popolazione attiva di ventitré milioni di lavoratori (dati Istat, terzo trimestre 2006). Più della metà! Non è azzardato definire il male della burocrazia come un cancro che rode dall'interno l'organismo Italia. Per curarlo, se davvero ci riusciremo, occorrerà tagliare qualche arto.

Ma se penso al parapaglia combinato dalle poche migliaia di tassisti inferociti con Bersani e le sue liberalizzazioni, provo un brivido lungo la schiena. Se penso agli insegnanti della scuola pubblica scesi in piazza solo perché Luigi Berlinguer, da ministro dell'istruzione, voleva pagare di più chi lavorava meglio, mi assale improvviso il desiderio di cambiare cittadinanza.

La politica di questo Paese è matura per affrontare un compito così arduo? Auguriamocelo, ma soprattutto sono "i nullafacenti" a doverlo auspicare. Altrimenti, per debellare il cancro ammazzeremo il malato. E allora, fine dello Stato e lunga vita al "fai da te" privato.

E i "nullafacenti" statali? Semplice... tutti precarizzati nel libero mercato.

Altri post sullo stesso argomento:
Statali e mobilità. Atto secondo
I Nullafacenti

05 gennaio 2007

I NULLAFACENTI

A cura di Mauro David
Perché e come reagire alla più grave ingiustizia della nostra amministrazione pubblica


"Mentre si nega per ragioni di bilancio un trattamento decente a centinaia di migliaia di giovani precari che lavorano per lo Stato in un regime di vero e proprio apartheid, perché nessuno propone di incominciare a tagliare l'odiosa rendita parassitaria dei nullafacenti?"

«Perché, mentre si discute di tagli dolorosi alla spesa pubblica per risanare i conti dello Stato, nessuno propone di cominciare a tagliare l'odiosa rendita parassitaria dei nullafacenti?»

Il 24 agosto 2006, dalle colonne del «Corriere della Sera», Pietro Ichino lancia una proposta che scuote il mondo politico e sindacale. Chiave di volta del progetto è l'istituzione di organi indipendenti di valutazione (OIV) capaci di stimare l'efficienza degli uffici pubblici e dei loro addetti, per consentire il licenziamento nei casi più gravi, ma anche l'aumento delle retribuzioni dei dipendenti che lavorano per due.

Fin dal primo giorno il «Corriere» è sommerso da un fiume di mail, in grande maggioranza favorevoli alla proposta. I sindacati del settore pubblico esprimono indignazione per «l'attacco inaudito» portato alla categoria. Prodi apre; il ministro della Funzione pubblica frena; la sinistra radicale spara ad alzo zero.

L'«International Herald Tribune» dedica al dibattito italiano sui loafers (nullafacenti) un lungo articolo. La polemica divampa: è stato toccato un nervo da troppo tempo scoperto. Intanto, al forum del «Corriere» arrivano in un giorno e mezzo 1500 interventi, tra cui molte istantanee di nullafacenti ritratti dal vivo: dall'impiegata che timbra il cartellino e poi va dal parrucchiere, al funzionario sano come un pesce che usa «prendersi la malattia» tutte le volte che torna al paese, al professore semianalfabeta.

In questo libro Pietro Ichino, oltre a spiegare la sua proposta, affinata in collaborazione con altri studiosi, raccoglie una piccola antologia di quegli interventi. E, a chi gli obietta che per il risanamento della pubblica amministrazione occorre «ben altro», risponde sfidandolo a dire in che cosa precisamente quel «ben altro» consista: altrimenti - avverte - questo è solo un pretesto dietro cui si nasconde la scelta di lasciare le cose come stanno.

Notizie sull'autore
Pietro Ichino è stato dirigente sindacale della Fiom-Cgil, responsabile del Coordinamento servizi legali della Camera del Lavoro di Milano, deputato nel Parlamento italiano per il Pci. Professore di Diritto del Lavoro alla Statale di Milano, editorialista del "Corriere della Sera". Autore di diversi libri in materia di lavoro.

I NULLAFACENTI - Mondadori - Collana Frecce - 12,00 euro

Atri post sull'argomento:
Riformare la burocrazia: mobilità per gli statali
Statali e mobilità. Atto secondo

05 luglio 2006

Sospesa dal lavoro perchè incinta


(Palermo) La ministra per i Diritti e le Pari Opportunità Barbara Pollastrini ha chiamato Ivana Maugeri, l'operatrice di un call center di Catania sospesa perchè in maternità: “Ivana Maugeri - afferma l'esponente del governo Prodi - è una giovane donna coraggiosa, mite e saggia, cosciente dei propri diritti.
Non appena ho ricevuto la sua lettera ho voluto rassicurarla personalmente che io e il ministero saremo al suo fianco e appoggeremo ogni sua iniziativa in difesa del suo diritto al lavoro ed insieme della sua maternità, facendo ricorso ad ogni strumento a nostra disposizione”.
Maugeri, in forze al call center Incoming di Catania, dopo essere stata sospesa si è rivolta al sindacato, ha impugnato il provvedimento e ha scritto una lettera aperta a tutte le parlamentari per chiedere aiuto in un momento “che poteva essere magico e sta diventando un dramma”, si legge nella missiva. Nell'estensione del diritto al lavoro e alla maternità Pollastrini ha individuato due dei punti di forza del suo dicastero, il cui programma sarà illustrato oggi nell'audizione fissata al Senato sulle linee guida del ministero.
Per Dorina Bianchi della Margherità “E’ scandaloso che a subire le discriminazioni siano sempre e solo le donne. Non è da paese civile mettere delle barriere e addirittura arrivare a sospendere le lavoratrici solo perchè ad un certo punto sentono il desiderio della maternità”, sottolinea Bianchi.
“E’ un diritto sia lavorare, specialmente per una donna che si trova ad affrontare la gravidanza e visti i tempi duri in cui viviamo, sia poter decidere di mettere su famiglia in piena coscienza.
L'esempio di questa donna e di tante altre nella medesima situazione serva a tutti noi -ammonisce Bianchi- esponenti sia di sinistra che di destra, per risolvere lo spinoso problema delle politiche infantili, poichè non è certamente razionale parlare di bambini se appena una donna rimane incinta si agisce contro il suo interesse e quello della demografia italiana”'.
“Mi impegno fin da ora a difendere le sorti di questa giovane lavoratrice, sia in quanto donna, e quindi vicina alle sue necessità, sia come rappresentante del popolo al governo' conclude la parlamentare.
(Delt@ Anno IV, n. 148 del 5 luglio 2006)

Link in argomento:
Lavoro e diritti

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