Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

27 ottobre 2007

Una cosa di sinistra: la cura dei bambini a rischio

«...grazie vivissime per il bel libro, e molti complimenti per gli autori... e per chi, come pediatra di periferia, affronta in prima linea salute e malattia. Il testo è molto utile anche per me, a causa dell'impegno nella Commissione Oms (Determinanti sociali delle disuguaglianze nella salute)».

Giovanni Berlinguer, Università «La Sapienza» di Roma ed europarlamentare.
Dal punto di vista editoriale Napoli è di nuovo in una fase molto fertile: sono pubblicati vari testi che propongono letture delle vicende socio-politiche accanto ad altri testi che preferiscono l'inchiesta sociale. Fra questi è prezioso il testo «Disuguaglianze nella salute, nell'infanzia e nell'adolescenza in Campania».

Si tratta di cinque brevi saggi che, riferendosi ad indagini internazionali e analisi comparative fra le regioni italiane, documentano con evidenza empirica i nessi fra condizioni sociali e rischi per la salute delle persone. Il libro si colloca in una comunità di pratiche che, almeno dagli anni Settanta, ha prodotto inchieste tese a disvelare le condizioni di salute come un prodotto delle diseguaglianze sociali.

Come i buoni testi di epidemiologia, suggerisce un approccio critico e propositivo: la semplificazione fa male, le condizioni di vita sono sempre il prodotto di un coacervo di fattori incidenti. Si propone di superare una visione aziendalistica del trattamento della salute, evitando di considerare le persone, storicamente connotate, come pazienti tutti uguali. D'altra parte una corretta lettura di alcuni dati dice un'antica verità: il benessere come il malessere sono socialmente co-prodotti, dipendono molto da fattori sociali e ambientali.

Per fasce significative di popolazione continua ad esistere una sorta di destino sociale: i bambini più spesso ricoverati negli ospedali sono i figli di mamme povere, sole o di famiglie numerose, poco istruite, ed esse stesse poco curate. Quindi anche l'approccio teso al controllo della spesa, se assunto con serietà, non può non investire sulla prevenzione, con interventi mirati a gruppi sociali ben identificabili. I discorsi possibili sulla sanità in Campania sono molti ma, comunque, la constatazione sull'iniquità delle disparità di condizioni fra regioni, e fra province, con quelle ricche, che drenano più risorse di quelle del Sud, ha ancora un grande fondamento scientifico.

Il testo suggerisce anche la problematicità del peso della popolazione anziana che, sempre in crescita, soprattutto nelle regioni ricche, sottrae risorse per i bambini e gli adolescenti a forte rischio sociale. II libro suggerisce anche altro: è sempre più evidente la centralità, la necessità della cura, intesa come accuratezza della prevenzione, delle cure, dell'effettiva organizzazione dei servizi.

Gli eccessivi costi dell'ospedalizzazione, della medicalizzazione dei bambini (prevalentemente poveri), dipendono anche da una grande approssimazione e sciatteria che caratterizza i servizi che dovrebbero intercettare dalla nascita le condizioni di quei bambini. E quindi gli autori offrono ancora un altro messaggio: le competenze sono necessarie e non si possono confondere con un generico approccio progressista, con cui alcuni pensano di surrogare professionalità, rigorosa etica della responsabilità e necessarie competenze anche di tipo specialistico. Infine un ulteriore pregio del libro può essere inteso anche come un suo limite: è un libro del Novecento, scritto da autori, pregevoli studiosi, ben radicati nelle pratiche, che implicitamente tralasciano l'ipotesi dell'ingovernabilità del reale.

Ripropongono la necessità di politiche marcatamente orientate da criteri di equità e redistribuzione delle risorse, come logica del buon governo. Ma il libro esprime ancora molta - per me troppa - fiducia nell'approccio razionale: pur segnalando l'importanza delle comunità locali, assume una forte adozione del nesso logico fra conoscenza, programmazione e azione, sostanzialmente interno alla razionalità olimpica, sollecitando politiche sistemiche, generaliste, ingenuamente integrazioniste. Alcuni degli autori, già dal 1995, con l'Associazione Culturale Pediatri, svolgono attività di sensibilizzazione e promozione di politiche. In particolare hanno elaborato e propongono un modello di intervento di tipo preventivo, l'adozione sociale dei bambini a rischio, che, già avviato con il Comune in alcuni quartieri di Napoli, trova oggi in un programma regionale triennale una opportunità di sperimentazione diffusa in Campania.

Bisogna augurarsi che contenuti tanto qualificati trovino lo spazio giusto per pratiche sociali di cui vi è grande necessità, anche per confrontarsi sul paradigma proposto.

Giovanni Laino Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica, Facoltà di Architettura, Università degli Studi di Napoli «Federico II»

Fatti diversi di pazienti, di medici e di uomini

Guardare alle cose più drammatiche con leggerezza è spesso una dote; certamente lo è quando al disincanto dello sguardo si accompagna la consapevolezza della complessità del vivere. Ne è capace Atul Gawande, chirurgo statunitense che con costanza lascia traccia scritta delle proprie esperienze professionali, e non solo.

Il suo nuovo libro, Better, segue Salvo complicazioni, tradotto da Fusi orari un paio di anni or sono. Chi segue il New Yorker ritroverà con piacere (o disappunto) diversi articoli già letti. Il filo che li lega è la valutazione della prestazione di medici e chirurghi. Performance che desideriamo (cittadini, malati, ma anche amministratori) eccellente da ogni punto di vista. A prescindere dal setting: ospedale «a cinque stelle» o ambulatorio da campo di battaglia mediorientale. Possibile? Forse sì.

A patto di considerare la medicina una scienza, non inesatta, ma che spesso costringe anche il «migliore» degli operatori a commettere errori. La medicina è una scienza praticata «al dettaglio», ricorda l'autore. Da qui, molte delle frustrazioni del medico: da una parte i grandi temi della medicina di popolazione, dall'altra il confronto quotidiano con l'individuo malato. Inutile lamentarsi, però: questo è il primo dei cinque consigli che Gawande si sente di dare ai lettori. Le difficoltà vengono più dalle biografie de pazienti che dalle malattie ed è una realtà che non è possibile aggirare.

Il secondo suggerimento è mutuato da Paul Auster; fai anche domande impreviste: «Dov'è cresciuta, signora?» «Ha visto la partita, ieri sera?». Solo in questo modo il medico riuscirà a stabilire connessioni col paziente. Ancora: tieni in considerazione i numeri. Fai caso alla frequenza dei casi di malattia, conta le garze prima e dopo l'intervento chirugico. Quattro: scrivi, prendi appunti, lascia tracce del tuo vivere da medico. Infine: cambia, mettiti in discussione, sii curioso nei confronti delle novità.
Luca De Fiore
Atul Gawande Better. A surgeon's notes on performance. London, Profile Books, 2007, pp 192, sterline 12.99

27 giugno 2007

Medici in odore di mafia: e gli Ordini…

A confronto: Nino Amadore e Amedeo Bianco.
Pubblicato su Va' Pensiero n° 309

“La zona grigia è quella parte del mondo delle professioni e della politica che sta a cavallo tra legalità e illegalità”: forte delle sue inchieste giudiziarie, il giornalista Nino Amadore, denuncia la piaga, soprattutto siciliana, dei tanti capi di Cosa nostra in camice bianco e intende aprire un dibattito sulle responsabilità degli Ordini professionali che tendono a minimizzare gli eventi, incapaci di prendere una ferma posizione contro gli iscritti accusati o condannati per reati di mafia. Gli risponde il Presidente della FNOMCeO Amedeo Bianco: prima di irrogare una sanzione disciplinare, bisogna attendere la sentenza penale definitiva, “Si tratta di meccanismi normativi su cui gli Ordini non hanno alcuna discrezionalità“. Le accuse agli Ordini dei Medici sono davvero destituite di fondamento?

Nino Amadore, giornalista, autore de “La zona grigia, professionisti al servizio della mafia”
Basta scorrere alcune pagine del libro “La zona grigia, professionisti al servizio della mafia” da me scritto e pubblicato su internet nei mesi scorsi per rendersi conto che alcune categorie, più di altre, sono state interessate dalla presenza di boss di prima grandezza. A queste categorie “privilegiate” appartengono senza dubbio i medici, a partire da Michele Navarra a Corleone negli anni Cinquanta, per finire al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Ora, sulla base delle necessarie garanzie processuali che spettano a tutti, sembra qui necessario avviare una riflessione sul ruolo dell’Ordine dei medici in queste vicende. Perché in altri casi, è stato persino raccontato, altri imputati (medici anche loro) di associazione mafiosa dopo essere stati condannati sono tornati a lavorare. E In ospedale. Ma non c’è solo questo alla base del mio ragionamento che coinvolge i medici. Mi ha colpito, per esempio, il convegno dedicato ai diritti per un latitante ad essere curato. Nessuno nega il diritto alle cure ai criminali, si chiamino loro anche Bernardo Provenzano, ma tutti abbiamo l’obbligo di richiamare qui il dovere di denuncia. Eppure questo elemento, per me che faccio il giornalista (né giurista né sociologo né magistrato), non sembra emergere con chiarezza. I medici, lo dimostrano anche i fatti degli ultimi giorni, continuano a essere al centro delle vicende giudiziarie che coinvolgono don Binnu Provenzano, capo dei corleonesi in galera: il numero 60, nel codice Provenzano, è un medico. Il medico che lo andava a curare nel covo di Montagna dei cavalli, ma che chiedeva al capo dei capi consigli su affari e portava notizie. Quale altra riflessione fare dunque oggi: i medici, in Sicilia, sono stati e sono anche grandi aggregatori di consenso politico e non v’è dubbio che in alcuni piccoli paesini siano protagonisti indiscussi del potere e dell’amministrazione locale. Serve e servirebbe tutt’altra presa di posizione da parte dell’Ordine dei medici. Si badi bene: io non sostengo affatto che l’Ordine dei medici di Palermo e il suo attuale presidente siano collusi, reticenti. Dico però che l’attuale atteggiamento, in un settore delicato come quello della sanità, presta il fianco a chi vorrebbe sostenere che l’Ordine (gli Ordini) dei medici siano collusi e reticenti. Una presa di posizione chiara e definitiva sulle questioni di mafia, sugli iscritti arrestati per essere i capi di Cosa nostra, potrebbe essere un definitivo passaggio culturale anche nella lotta alla mafia.

Amedeo Bianco, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri
Per quanto riguarda il tema dell'attività disciplinare degli Ordini nei confronti dei professionisti accusati e/o condannati per reati di stampo mafioso, tengo a precisare che gli Ordini dei Medici svolgono il loro dovere nell'ambito di precise e inderogabili norme legislative.
Per questo tipo di reati, ma ovviamente la norma riguarda tutte le fattispecie penali, l'articolo 43 del DPR 5 aprile 1950, n. 221 (Regolamento per la esecuzione del decreto legislativo 13 settembre 1946, n. 233, sulla ricostituzione degli Ordini delle professioni sanitarie) prevede che gli Ordini devono sospendere di diritto le persone che vengono sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
In secondo luogo, gli Ordini sono obbligati ad aprire procedimento disciplinare e a sospendere il procedimento stesso nei confronti dei sanitari sottoposti a giudizio penale anche nel caso in cui non fossero state assunte misure cautelari restrittive della libertà. Gli Ordini devono attendere la sentenza penale definitiva prima di poter concludere il procedimento disciplinare irrogando la relativa sanzione. Si tratta di meccanismi normativi su cui gli Ordini non hanno alcuna discrezionalità e che vengono osservati scrupolosamente. Ritengo quindi che le accuse agli Ordini dei Medici contenute nel libro cui si fa riferimento siano del tutto aprioristiche e destituite di fondamento.

23 giugno 2007

Dopo un Cesareo

Come rispondere alle esigenze di mamma e bambino

di Ivana Arena

In Italia si fanno troppi cesarei, e questo lo sappiamo da tempo, ma... Come si sente veramente una donna che ha subìto questo intervento? Come riequilibrare velocemente corpo e mente? Come accogliere nel migliore dei modi il bambino appena nato?

L'ostetrica Ivana Arena si rivolge alle donne e ai loro partner per rispondere a questa e altre domande che nascono in chi subisce un intervento chirurgico molto spesso inaspettato e desidera capire quali siano le conseguenze per la madre e il figlio.

Dopo un Cesareo è un testo completo che affronta l'argomento secondo le più recenti ricerche scientifiche.
Contiene inoltre informazioni utili su:

a) La storia del cesareo
b) Le indicazioni per effettuare o meno un cesareo
c) Le fasi del cesareo
d) Le evidenze scientifiche correlate
e) I benefici della nascita indisturbata
f ) Il parto spontaneo dopo cesareo

E suggerimenti pratici riguardo a:

a) L’allattamento
b) Il contatto con il bambino
c) La ripresa fisica
d) La guarigione emotiva.

Ivana Consuelo Arena decide di diventare ostetrica nel 1997 dopo aver subito un cesareo nel 1995. Fin dal percorso universitario per diventare ostetrica si dedica in particolare all’argomento del cesareo e del parto spontaneo dopo cesareo (VBAC), su cui scrive la tesi di diploma di laurea nel 2000. Nel 2001 partorisce con un VBAC. Continua scrivendo articoli e offrendo consulenze sull’argomento. Lavora da cinque anni presso la Sala Parto di una struttura di III° livello, cercando di mettere in pratica professionalmente il rispetto per la capacità delle donne di partorire e dei bambini di nascere senza troppi interventi e dove si occupa, insieme ad un neonatologo e ad un’infermiera, di migliorare il sostegno all’allattamento materno. Fa parte dell’Associazione “Vita di Donna” con la quale si occupa, insieme ad altre colleghe, di offrire assistenza per il parto e il puerperio a domicilio e visite e consulenze per il benessere della donna in età riproduttiva.
Bonomi Edizioni - Pagg. 256 - Prezzo € 15,90

Link attinenti:
Un altro cesareo...? No, grazie! di Ivana Arena
La guida alla gravidanza
Guida all'allattamento

18 febbraio 2007

PROSTITUZIONE. GLOBALIZZAZIONE INCARNATA

a cura di Nicoletta Morandi

Una raccolta di saggi che affronta il tema del legame tra capitalismo globale e guerra, e mercato del sesso.

I diversi saggi disegnano uno scenario in cui la condizione di guerra, creando diseguaglianze e bisogni, non solo favorisce la prostituzione ma crea un vero e proprio mercato del sesso a uso bellico, sorretto da un’industria del sesso e con il coinvolgimento di numerosi governi e autorità militari.

Ne risulta una condizione di orrenda soggezione delle popolazioni interessate ad un sistema di tipo neocoloniale in cui la prostituzione e la tratta sono indirizzate al soddisfacimento delle esigenze del personale militare ed inserite a pieno titolo nella stessa organizzazione logistica dei territori di guerra.

Situazione alla quale non sembrano sottrarsi neppure le operazioni così dette umanitarie.

Lo sfruttamento e il commercio dei bambini a fini di prostituzione si rivelano inoltre utilizzati nell’industria pornografica da agenzie turistiche che operano nel mondo occidentale.

Il ritratto di un inferno di cui pochi si occupano e che ci interroga da vicino.

R.Poulin (a cura di) Jaca Book, 2006.

02 febbraio 2007

Ho imparato tre cose. Conversazioni con Giglia Tedesco

Giovedì 15 Febbraio, ore 18,30

Libreria Bibli Via dei Fienaroli, 28

Presentazione del libro

Ho imparato tre cose. Conversazioni con Giglia Tedesco

di Anna Maria Riviello,

CalicEditori.

Intervengono:

Miriam Mafai, Francesca Izzo

Roberta Agostini, Adele Cambria.

Sono presenti le autrici

Giglia Tedesco Tatò, nata a Roma nel 1926. Iscritta al PCI dal 1946, proveniente dai cattolici comunisti. Nel Comitato Centrale del PCI dal 1960, nella Direzione dal 1984. Presidente del Congresso di Costituzione del PDS e del Consiglio nazionale dal 1993 al 1997. Associata alUDI dal 1945, ha fatto parte della Presidenza Nazionale dal 1959 al 1973. Eletta al Senato dal 1968 al 1994, è stata Vicepresidente del Gruppo e poi dell'Assemblea dal 1983 1987. Componente della Commissione Giustizia, ha fatto parte del comitato per la riforma del diritto di famiglia ed è stata relatrice per la legge 194 e per la riforma dell'adozione.

Anna Maria Riviello, nata a Potenza nel 1939. Presidente regionale dell'UDI di Basilicata dal 1974 e consigliere regionale del PCI dal 1980 al 1990. Nel Comitato Centrale del PCI nel 1989. Nella Presidenza del Consiglio Nazionale del PDS dal 1991 al 1995. Dal 1997 al 2000 è vicepresidente della Commissione Nazionale per le Pari Opportunità. Ha pubblicato tra l'altro il romanzo breve Isabella Isabella (1993) e La rincorsa, inchiesta sulle operaie della FIAT di Melfi (2003). Dirige con A.Califano Decanter, rivista trimestrale della sinistra lucana.

11 gennaio 2007

Pesante come una libellula

Un libro di Antonella Pandini


Terzo libro per la collana Strettamente Personale, che raccoglie storie che raccontano vicende paradigmatiche del mondo giovanile, con un linguaggio in cui gli adolescenti possano riconoscersi.
La collana, oltre alla forma diaristica, prevede un contatto diretto con la realtà e con il tessuto sociale, in collaborazione con l'associazionismo più vicino agli adolescenti. Il tema di questo libro di A. Pandini è l'anoressia.

Angela è una ragazza di 15 anni che non si ama. Si sente brutta perché si vede grassa, "pesante come un tricheco", scrive nel suo diario. Il rapporto con i genitori è pressoché nullo; il padre è un avvocato ed è sempre al lavoro, Angela lo vede poco e quando si incontrano in casa sembrano due estranei.

Con la madre ha un rapporto conflittuale: lei è una giornalista, una donna sicura di sé, sempre perfetta, sempre bella. E Angela vive il rapporto con la madre come se fosse una rivale che non riesce a eguagliare. Inizia a odiare il suo corpo. Il suo chiodo fisso diventa la bilanciaŠ.
Attraverso le pagine del suo diario Angela svela la sua solitudine e la sua grande paura di non essere accettata, paura comune a tanti ragazzi della sua età. Il suo corpo diventa un bersaglio dove scaricare le colpe di un'inquietudine che non riesce ad affrontare. La difficile ricerca dell'identità passa anche per l'anoressia.
L'associazione ABA ha un fitto contatto con i giovanissimi su questi problemi di natura psicologica e non poteva che essere l'ABA di Fabiola De Clercq la partner di questo testo.
A cura della Redazione di Vitadidonna.it

Link attinenti:
Anoressia
I centri per i disturbi alimentari

05 gennaio 2007

I NULLAFACENTI

A cura di Mauro David
Perché e come reagire alla più grave ingiustizia della nostra amministrazione pubblica


"Mentre si nega per ragioni di bilancio un trattamento decente a centinaia di migliaia di giovani precari che lavorano per lo Stato in un regime di vero e proprio apartheid, perché nessuno propone di incominciare a tagliare l'odiosa rendita parassitaria dei nullafacenti?"

«Perché, mentre si discute di tagli dolorosi alla spesa pubblica per risanare i conti dello Stato, nessuno propone di cominciare a tagliare l'odiosa rendita parassitaria dei nullafacenti?»

Il 24 agosto 2006, dalle colonne del «Corriere della Sera», Pietro Ichino lancia una proposta che scuote il mondo politico e sindacale. Chiave di volta del progetto è l'istituzione di organi indipendenti di valutazione (OIV) capaci di stimare l'efficienza degli uffici pubblici e dei loro addetti, per consentire il licenziamento nei casi più gravi, ma anche l'aumento delle retribuzioni dei dipendenti che lavorano per due.

Fin dal primo giorno il «Corriere» è sommerso da un fiume di mail, in grande maggioranza favorevoli alla proposta. I sindacati del settore pubblico esprimono indignazione per «l'attacco inaudito» portato alla categoria. Prodi apre; il ministro della Funzione pubblica frena; la sinistra radicale spara ad alzo zero.

L'«International Herald Tribune» dedica al dibattito italiano sui loafers (nullafacenti) un lungo articolo. La polemica divampa: è stato toccato un nervo da troppo tempo scoperto. Intanto, al forum del «Corriere» arrivano in un giorno e mezzo 1500 interventi, tra cui molte istantanee di nullafacenti ritratti dal vivo: dall'impiegata che timbra il cartellino e poi va dal parrucchiere, al funzionario sano come un pesce che usa «prendersi la malattia» tutte le volte che torna al paese, al professore semianalfabeta.

In questo libro Pietro Ichino, oltre a spiegare la sua proposta, affinata in collaborazione con altri studiosi, raccoglie una piccola antologia di quegli interventi. E, a chi gli obietta che per il risanamento della pubblica amministrazione occorre «ben altro», risponde sfidandolo a dire in che cosa precisamente quel «ben altro» consista: altrimenti - avverte - questo è solo un pretesto dietro cui si nasconde la scelta di lasciare le cose come stanno.

Notizie sull'autore
Pietro Ichino è stato dirigente sindacale della Fiom-Cgil, responsabile del Coordinamento servizi legali della Camera del Lavoro di Milano, deputato nel Parlamento italiano per il Pci. Professore di Diritto del Lavoro alla Statale di Milano, editorialista del "Corriere della Sera". Autore di diversi libri in materia di lavoro.

I NULLAFACENTI - Mondadori - Collana Frecce - 12,00 euro

Atri post sull'argomento:
Riformare la burocrazia: mobilità per gli statali
Statali e mobilità. Atto secondo

02 gennaio 2007

Oltre Il Chador: Iran in Bianco e nero

Un libro di Marcella Croce
Chador, imam e harem: tre parole chiave per capire l'Iran di oggi, Paese che è passato dal regime filo-occidentale dello Scià a quello della rivoluzione di Khomeini, che ha imposto una repubblica fondata sulla teocrazia islamica.

Oggi l'Iran è sotto gli occhi del mondo per le molte tensioni politiche di cui è oggetto dentro e fuori dai propri confini e in particolare per la corsa al riarmo nucleare. Per due anni, Marcella Croce ha osservato con attenzione l'Iran, Paese sul quale in realtà si continua a essere molto disinformati, raccogliendo notizie di prima mano nel vasto territorio ancora ignoto che si stende "oltre il chador".

Come si sopravvive nella repubblica islamica? E piuttosto semplice: anche i musulmani ferventi (persino molti mullah) non amano affatto le imposizioni governative e scavano un abisso più o meno profondo fra il mondo della propria famiglia e la vita pubblica esterna, dove regna l'opportunismo.

Le donne più spregiudicate vanno a vedere i defilé di moda, sono ben truccate, e hanno solo uno straccetto in testa; le più tradizionali indossano il chador nero più integrale, e le studentesse di ogni tipo di scuola o università sono obbligate ad andare in giro vestite come suore.

Ogni episodio della vita è stato per l'autrice occasione per imparare a riconoscere le caratteristiche essenziali di questa splendida cultura, ma anche le aberrazioni della repubblica islamica che tiene vigili i Paesi dell'Occidente con le sue minacce.
Oltre il Chador: Iran in Bianco e Nero, Editrice Medusa 2006

13 giugno 2006

Quando le donne hanno la luna. Credenze e tabù

donne“Prima o poi tutte le ragazze cadono dalle scale” inizia così Quando le donne hanno la luna. Credenze e tabù, l’ultimo libro dell’antropologa Gianfranca Ranisio edito da Baldini Castoldi Dalai (16 euro, 214 pagine) e da pochi giorni nelle librerie italiane.In questo libro l’autrice intende partire dalla tesi secondo la quale la medicalizzazione rappresenta una delle forme di controllo del corpo femminile presente nelle società occidentali.
Gianfranca Ranisio si chiede se e in che modo questa prospettiva di medicalizzazione si stia estendendo alle tappe fisiologiche che contraddistinguono la vita delle donne, dal menarca alla menopausa. Infatti ciò che in passato veniva lasciato alla gestione femminile, ciò che rinviava a una percezione del tempo diversa, con i suoi momenti permessi e vietati, oggi non esiste più: ad annullare disagi e sofferenze interviene il trattamento farmacologico. Queste fasi sono viste come una patologia da curare, perché sottraggono tempo al ritmo frenetico del quotidiano e mal si coniugano con i modelli che la società ci chiede di perseguire.

Il sangue della donna è carico di valenze simboliche, la sua sola presenza è percepita come elemento che caratterizza, struttura ed esalta la differenza sessuale, è esperienza a cui, in quanto donne, non si può sfuggire, costrizione ma anche attesa. La ripetitività dell’esperienza induce la donna a “sentire” acutamente il proprio corpo, a sentire la propria fisiologia e, nello stesso tempo, i processi psicologici da questa determinati. La periodicità di tipo ciclico delle mestruazioni istituisce uno stretto legame tra la vita femminile e la luna, che è il motivo che domina l’intreccio del testo; da tale legame derivano anche le credenze nell’influenza che si ritiene la luna eserciti sulla vita della donna, con l’alternarsi delle sue fasi.

Basandosi su racconti-testimonianza di donne e confrontando questi con le teorie antropologiche sull’argomento, l’autrice pone in evidenza il rapporto complesso presente nella vita delle donne tra l’esperienza vissuta, le rappresentazioni culturali e le storie che le descrivono. Emergono da queste testimonianze le dinamiche familiari e i rapporti tra le generazioni e, con queste, l’importanza delle linee di discendenza femminile, che sono anche linee di trasmissione di saperi e poteri.

Gianfranca Ranisio è docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Napoli «Federico II». Si è occupata di pratiche, rituali e forme di devozione popolare, soprattutto nell’Italia meridionale. Ha indagato il significato simbolico e le rappresentazioni che accompagnano le tappe della vita femminile e in particolare ha studiato la scena antropologica del parto, facendone emergere pratiche e codici culturali. I suoi lavori si situano nel punto di intersezione tra l’antropologia culturale, l’analisi delle tradizioni folkloriche e i gender studies. Tra i suoi libri: Lo Spazio Sacro (1978); Il Paradiso folklorico. San Giuseppe nella tradizione popolare meridionale (1981); Il lupo mannaro. L’uomo, il lupo, il racconto (1984); Venire al mondo. Credenze, pratiche e rituali del parto (1996) e La città e il suo racconto (2003).
Delt@

Link divertenti:
Seriamente ridendo - Luciana Littizzetto
Guarda il film - Arcois TV

09 giugno 2006

Un nuovo libro sulla dipendenza affettiva

(Quarta di copertina)

L’amore può far male? Può arrivare a uccidere? E se vi arriva, può ancora chiamarsi amore? Qual è la natura intima dell’amore e che rapporto intrattiene con l’impulso passionale? In che modo l’amore arriva a configurarsi come una dipendenza patologica?

Esiste nel mondo un numero crescente di individui che si dibatte in dinamiche amorose il cui esito finale è sempre la sconfitta e la sofferenza, e che, nonostante ciò, si dedicano all’amore con la stessa dedizione di un religioso per la sua fede.

La psicologia contemporanea definisce questa patologiacome dipendenza affettiva e, in inglese, love addiction.Non ogni amore si esprime in una dipendenza, ma ogni dipendenza affettiva ha bisogno di un amore per radicarsi in una personalità.

Al pieno del suo sviluppo, la dipendenza affettiva altro non è che passione amorosa il cui esito è sovente la sofferenza, la malattia, la morte. Ma cos’è la passione amorosa? Scrive Ghezzani: “La passione amorosa è un complesso di amore e di odio.

L’innamorato patologico si lega al suo oggetto d’amore per dare soddisfazione sia a esigenze di amore, sia a esigenze di odio. Nella sua passione convergono il flusso dell’amore (il bisogno imperioso di vivere un amore in piena libertà) e il flusso dell’odio…

Se non si comprende che la passione amorosa è una ricca ancorché oscura miscela di amore e di odio, e se non si comprende quanta energia liberatrice c’è in quest’odio, si espropria il soggetto ammalato della sua forza caratteriale e lo si condanna a cercare sempre nuova dipendenza amorosa o a sostituirla con le terapie e i servizi di aiuto”.

La tesi dell’autore è dunque che se la dipendenza affettiva è una patologia, essa lo è in un modo del tutto particolare: dotata in modo estremo (passionale, appunto) di risorse di libertà che il soggetto deve solo apprendere a scoprire in se stesso per renderle infine funzionali alla salute e alla vita.
Nicola Ghezzani

Quando l’amore è una schiavitù
editore Franco Angeli (2006)

Come usare questo blog