27 giugno 2007

Medici in odore di mafia: e gli Ordini…

A confronto: Nino Amadore e Amedeo Bianco.
Pubblicato su Va' Pensiero n° 309

“La zona grigia è quella parte del mondo delle professioni e della politica che sta a cavallo tra legalità e illegalità”: forte delle sue inchieste giudiziarie, il giornalista Nino Amadore, denuncia la piaga, soprattutto siciliana, dei tanti capi di Cosa nostra in camice bianco e intende aprire un dibattito sulle responsabilità degli Ordini professionali che tendono a minimizzare gli eventi, incapaci di prendere una ferma posizione contro gli iscritti accusati o condannati per reati di mafia. Gli risponde il Presidente della FNOMCeO Amedeo Bianco: prima di irrogare una sanzione disciplinare, bisogna attendere la sentenza penale definitiva, “Si tratta di meccanismi normativi su cui gli Ordini non hanno alcuna discrezionalità“. Le accuse agli Ordini dei Medici sono davvero destituite di fondamento?

Nino Amadore, giornalista, autore de “La zona grigia, professionisti al servizio della mafia
Basta scorrere alcune pagine del libro “La zona grigia, professionisti al servizio della mafia” da me scritto e pubblicato su internet nei mesi scorsi per rendersi conto che alcune categorie, più di altre, sono state interessate dalla presenza di boss di prima grandezza. A queste categorie “privilegiate” appartengono senza dubbio i medici, a partire da Michele Navarra a Corleone negli anni Cinquanta, per finire al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Ora, sulla base delle necessarie garanzie processuali che spettano a tutti, sembra qui necessario avviare una riflessione sul ruolo dell’Ordine dei medici in queste vicende. Perché in altri casi, è stato persino raccontato, altri imputati (medici anche loro) di associazione mafiosa dopo essere stati condannati sono tornati a lavorare. E In ospedale. Ma non c’è solo questo alla base del mio ragionamento che coinvolge i medici. Mi ha colpito, per esempio, il convegno dedicato ai diritti per un latitante ad essere curato. Nessuno nega il diritto alle cure ai criminali, si chiamino loro anche Bernardo Provenzano, ma tutti abbiamo l’obbligo di richiamare qui il dovere di denuncia. Eppure questo elemento, per me che faccio il giornalista (né giurista né sociologo né magistrato), non sembra emergere con chiarezza. I medici, lo dimostrano anche i fatti degli ultimi giorni, continuano a essere al centro delle vicende giudiziarie che coinvolgono don Binnu Provenzano, capo dei corleonesi in galera: il numero 60, nel codice Provenzano, è un medico. Il medico che lo andava a curare nel covo di Montagna dei cavalli, ma che chiedeva al capo dei capi consigli su affari e portava notizie. Quale altra riflessione fare dunque oggi: i medici, in Sicilia, sono stati e sono anche grandi aggregatori di consenso politico e non v’è dubbio che in alcuni piccoli paesini siano protagonisti indiscussi del potere e dell’amministrazione locale. Serve e servirebbe tutt’altra presa di posizione da parte dell’Ordine dei medici. Si badi bene: io non sostengo affatto che l’Ordine dei medici di Palermo e il suo attuale presidente siano collusi, reticenti. Dico però che l’attuale atteggiamento, in un settore delicato come quello della sanità, presta il fianco a chi vorrebbe sostenere che l’Ordine (gli Ordini) dei medici siano collusi e reticenti. Una presa di posizione chiara e definitiva sulle questioni di mafia, sugli iscritti arrestati per essere i capi di Cosa nostra, potrebbe essere un definitivo passaggio culturale anche nella lotta alla mafia.

Amedeo Bianco, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri
Per quanto riguarda il tema dell'attività disciplinare degli Ordini nei confronti dei professionisti accusati e/o condannati per reati di stampo mafioso, tengo a precisare che gli Ordini dei Medici svolgono il loro dovere nell'ambito di precise e inderogabili norme legislative.
Per questo tipo di reati, ma ovviamente la norma riguarda tutte le fattispecie penali, l'articolo 43 del DPR 5 aprile 1950, n. 221 (Regolamento per la esecuzione del decreto legislativo 13 settembre 1946, n. 233, sulla ricostituzione degli Ordini delle professioni sanitarie) prevede che gli Ordini devono sospendere di diritto le persone che vengono sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
In secondo luogo, gli Ordini sono obbligati ad aprire procedimento disciplinare e a sospendere il procedimento stesso nei confronti dei sanitari sottoposti a giudizio penale anche nel caso in cui non fossero state assunte misure cautelari restrittive della libertà. Gli Ordini devono attendere la sentenza penale definitiva prima di poter concludere il procedimento disciplinare irrogando la relativa sanzione. Si tratta di meccanismi normativi su cui gli Ordini non hanno alcuna discrezionalità e che vengono osservati scrupolosamente. Ritengo quindi che le accuse agli Ordini dei Medici contenute nel libro cui si fa riferimento siano del tutto aprioristiche e destituite di fondamento.

1 commento:

Anonimo ha detto...

interessante

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